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2025/07/09

2025 07 Encomio dei social, ebbene sì!

 




Encomio dei social, ebbene sì!

 

Tutti lì a parlar male dei social (magari utilizzando proprio una di queste piattaforme per la quotidiana geremiade anti-techno).

“Ci fanno perdere tempo” (direi che dipende da noi, nessuno ci obbliga, no?);

“Diffondono un sacco di fake news” (ma le peggiori bufale e dagli effetti più devastanti sono quelle trasmesse sui canali ufficiali *)

 “Incitano alla violenza” (ma anche qui basterebbe andare ad assistere a una partitella di calcio in qualsiasi stadietto di provincia per sentire un coro di minacce e insulti trasmessi a viva voce senza bisogno di alcun provider di rete);

“Rovinano l’infanzia ai nostri piccoli” (quando ci sono genitori che allestiscono un reggi-telefonino sul passeggino del pargolo che così si imbambola a guardare il magico schermo. Ma guai se si scarica la batteria, perché in quel caso il fanciullino viene posseduto da una sequenza di raptus che nemmeno l’esorcista…).

Comunque: a me i social piacciono molto. Avendo “una certa” seguo solo Facebook che mi basta e avanza. Infatti, leggendo tanti commenti mi rendo conto, cosa che non sarebbe mai accaduta se queste infrastrutture non fossero esistite, che c’è in giro un’insospettabile quantità di persone:

- di tendenze monarchiche (nel nostro Meridione prevalgono i borbonici mentre al Nord i savoiardi sono ancora vincenti);

- di tendenze clericali, neoguelfiche, nostalgiche dei bei tempi del Papa Re (chi avrebbe mai detto che il nostro lontano conoscente primario ortopedico facesse parte dell’ “Ordine dello Speron d’Oro” ???);

- di tendenze veterocomuniste (ho letto di uno che ogni anno, alla morte di Gorbaciov, stappa lo spumante per festeggiare la morte di quello che “ha distrutto l’URSS e che Dio lo maledica”);

- ed infine, complice anche l’affermazione nella Penisola di una compagine governativa di destra destra (senza “se” e senza “ma”) ecco che spuntano fuori i cantori dei “treni che viaggiavano in orario”, dell’ordine pubblico che “ti consentiva di lasciare perfino un lingotto d’oro nella tua automobile e stai pur certo che nessuno te lo avrebbe toccato” **, gli esagitati che attribuiscono i problemi del Paese a una “sinistra che ha sempre mal governato”  ***.

Se poi ci spostiamo a livello “straniero” scopri una legione di terrapiattisti, di provax che si inietterebbero qualsiasi cosa, di novax che berrebbero solo acqua piovana perché “ci stanno avvelenando inserendo sostanze traccianti negli acquedotti che poi col 5G, ecc,”.

Fieri avversari delle teorie di Darwin, gente che legge sulla Bibbia che gli omosessuali andrebbero lapidati e subito di arma di sassi e gira per le strade in cerca di peccatori, esaltatori delle pene corporali e possibilmente capitali, quelli che “le donne stavano meglio a casa”, gli altri “l’inferiorità dei negroidi è scientificamente accertata”.

Honestly, chi avrebbe mai avuto contatti con questi qui?

Così navigando fra una follia e l’altra vado formandomi una Weltanschauung che non riesce a dribblare questo Zeitgeist leggermente dissociato. Ne resto affascinato e nel contempo inorridito giacché questo caleidoscopio proietta immagini via via più cruente, piccole idee malsane che si trasformano in tsunami di cattiveria, cyberbullismo che genera sanguinose guerre, raffiche di superficialità che ci conducono a un relativismo apatico, dove tutto e il suo contrario convivono facendo del buonsenso carne da macello.

Così mi limito: mezz’ora di lettura di giornali (online) e mezz’ora di FB. Poi meglio un libro, il peggior romanzo di Simenon è un capolavoro rispetto al cumulo di banalità del fenomeno da tastiera.

In pratica sto arrivando, con colpevoli decenni di ritardo, al giudizio di quel Marx (non Karl, l’altro) che diceva: “Trovo la televisione molto educativa. Ogni volta che qualcuno la accende, vado in biblioteca e leggo un buon libro.”

Ecco parafrasando e riparametrizzando un po’ per me con i social vale più o meno la stessa regola. Saluti, m.

 

(*)  ricordate, solo a titolo di esempio, il prode Colin Powell che, a reti unificate, mostrava una fialetta di polvere bianca dicendo che di quella roba lì, l’antrace,  il cattivo Saddam ne aveva a tonnellate; e quello era un bel canale serio, di gente competente, mica fragolina78 che ti consiglia di curarti il cancro col bicarbonato.
(**) perché mai uno dovrebbe girare in auto con un lingotto non riesco a capirlo, io ero rimasto a quello che li teneva inguattati nel sofà di casa.
(***) io non lo avevo capito, anima candida, ma sotto gli Andreotti, i Fanfani, i Cossiga si nascondevano, mimetizzati, degli spietati e diabolici bolscevichi, chi lo avrebbe mai detto.

2025/04/19

2025 04 Il cireneo

 

Nell'uso comune, col termine "cireneo" si indica una persona che, volente o nolente, si carica del peso di qualcun altro. Il nome deriva dal personaggio, tal Simone di Cirene, citato in tre dei quattro Vangeli, che viene obbligato, dai soldati romani, a portare la croce di Gesù.

Come tutte le antonomasie la figura del cireneo non è nata né si è diffusa a caso. L’immagine è potente, data la drammaticità del contesto descritto; dunque, non ci stupisce che il termine si sia prestato a significare tanto e oltre.

Oggi in tanti si considerano, a ragione o a torto, dei cirenei. Portatori di altrui croci, a volte per volontaria scelta, a volte per imposizione dall’esterno.

Ma a meglio indagare ci si avvede che molti sono cirenei sì, ma portatori di una croce “virtuale”.

Li vedi afflitti da gravosi problemi, i quali sono ubicati sempre assai lontano, a prudenziale distanza.

E quanto maggiore la distanza più forte la loro sofferenza e il loro dolore.

Come dire che il cireneo virtuale soffre assai di più per l’ingiusto trattamento degli inuit in Groenlandia che per la moglie del vicino presa a botte dal marito.

Dunque, il cireneo virtuale concede, con magnanimità, che il trasporto della pesante e materica croce di legno, quella che costa davvero fatica portare, sia delegato ad altri.

Essendo spesso istruito egli (o ella) non può certo abbassarsi ad attività troppo venali; eppure, anche in questa delega riesce a intravedere un ulteriore motivo di sofferenza e di dolore e dunque di personale elevazione.

“Ah se potessi davvero aiutare Tizio” sembra dire, lo sguardo perennemente affollato di afflizioni e la bocca di profondi sospiri.

Frattanto i cirenei della croce di legno faticano assai e qualche volta imprecano in silenzio per la loro sorte.

Forse ci ripartissimo un po’ il carico staremmo tutti un po’ peggio, ma anche, in fondo un po’ meglio.

2023/12/22

Un messaggio confuso di auguri (ma le intenzioni sono buone, credete)


Ricordate Prometeo? Quello era un titano sconsiderato, più antico degli dei dell’Olimpo, figlio di Urano e di Gea. Era quel mascalzone che decise di donare il fuoco agli uomini. Un bel regalo, direte voi. Manco per niente. Zeus, al quale il fuoco era stato sottratto, decise una vendetta, e di quelle sopraffine. Regalò agli uomini una ragazza che aveva ricevuto tutto, e dico tutto, altro che le testimonial anoressiche dei giorni nostri: da Afrodite la bellezza (e vi par poco?), da Era le arti manuali, da Apollo la musica e da Atena… la vita stessa.

La fanciulla però, che i maschietti definirebbero un bel bocconcino (commento sessista?) si rivelò infatti un boccone avvelenato. Pandora, così si chiamava, era la prima donna mortale. Veniva portando in dono uno scrigno, ben sigillato. “Non ti sognare di aprirlo” le aveva detto Zeus “lascialo ben tappato, come un Tupperware” (non sono sicuro che abbia detto proprio così ma i miei sponsor esigono d’essere citati se no mi tagliano il compenso e la vita dell’Artista è grama).

Pandora, dicevamo, che come i gatti è curiosa (altro dono ricevuto da Ermes, messaggero degli Dei) (altro commento sessista ?) proprio non ce la fa a trattenersi. Gira intorno allo scrigno, lo annusa, lo sfiora con le dita. La noia è tanta, gli uomini (i maschi, intendo) noiosi fino alla morte (commento sessista anche questo?) e allora lei che fa? Socchiude il coperchio ed ecco che si scatena il finimondo.

In una danza macabra vecchiaia e vizio, gelosia e pazzia, malattia e quant’altro si mettono a vorticare peggio che in un Dyson impazzito (altro sponsor) e si spargono per il globo terracqueo (cit. G.M. 2023)…

La povera Pandora, curiosa sì ma non malvagia, tenta di richiudere lo scrigno (il “vaso di Pandora” vi è più familiare?) ma così facendo lascia intrappolata, sul fondo, l’unica anima bella che v’era contenuta: Elpis.

Immaginatevi Zeus, piegato in due dalle risate, con la Terra infettata da tutti i mali possibili, gli uomini condannati a una vita di sofferenza, una vera nemesi (direbbero quelli bravi). Che poi: che c’entravano gli umani, se lo “sgarro” lo aveva comemsso Prometeo? Ma si sa: lupo non mangia lupo.

Elpis, poverina, che i romani chiameranno Spes, è quella sfigata che:

“Solo Speranza, come in una casa indistruttibile,

dentro all'orcio rimase, senza passare la bocca, né fuori

volò, perché prima aveva rimesso il coperchio dell'orcio

per volere di Zeus egioco(*) che aduna le nubi”

Esiodo.

Ma pure tu, benedetto Esiodo, ci spieghi perché solo Elpis è rimasta lì?

Comunque, amici romani e forestieri, se passate dalla Città Eterna sfiorate con la mano le colonne del Foro Olitorio, dove sorgono i resti del Tempo di Spes. Che poi tutto questo era solo un modo per farvi gli auguri, per non perdere mai la Speranza.

Vi abbraccio tutti, belli e brutti, e comportiamoci bene che la vita è breve, m.

(*) egioco non è un errore di battitura, vuol dire “che scende in battaglia, portando l'egida”.

 Marco Lorenzo Faustini, dicembre 2023


 



2023/12/05

Hannah Arendt


"Molte persone non sono stupide, sono semplicemente senza idee. Ma questa mancanza di idee e la loro conseguente distanza dalla realtà, può essere più pericolosa di tutti gli istinti malvagi che sono innati nell’uomo…. Pensare è faccenda rischiosa ed improba, perché la società di massa non vuole cultura ma semplice svago."


 


2023/11/09

Il viaggio solitario di uno che voleva starsene in pace



Di solito viaggio in compagnia della mia piacevole moglie e dunque non ho grandi necessità di relazionarmi con il resto del mondo. Decenni di matrimonio hanno insegnato ad entrambi il giusto ritmo, il mix ideale tra parole e silenzi, tra grandi verità filosofiche e spicciole amenità.
Quel giorno, per una serie di circostanze decise dal fato e dagli orari di lavoro della sopracitata consorte, mi toccava viaggiare da solo, cosa non del tutto spiacevole. Quattro ore in un bel vagone di I classe, con tanto di graziose hostess che ci proponevano, all inclusive, delle bibite colorate e dei minuscoli biscottini incellophanati. Benissimo.
Pur se il viaggio in se non era troppo lungo, essendo il sottoscritto personaggio ansioso e ipercinetico, oltre che preoccupato per quella salute che dai sessant’anni in poi sembra allontanarsi lentamente come un bastimento all’orizzonte, mi ero provvisto di una decente lettura (Alvaro Mutis) e di un po’ di frutta (questa scrupolosamente lavata, asciugata e riposta nel suo bel sacchetto di plastica assieme a un tovagliolo).
Il treno partì con germanica puntualità e la carrozza che aveva avuto la sorte di trasportarmi (… e diamoci un po’ di importanza ogni tanto!) non risultava particolarmente affollata. 
Due file dietro di me c’era una ragazza appena avvizzita che continuava a passarsi del disinfettante sulle mani. Un signore, più o meno mio coetaneo, leggeva un giallo di Perry Mason, una coppia di orientali andava in caccia del proprio posto, lui che guidava le ricerche come se i numeri arabi fossero un’assoluta novità. Comunque anche questi, per fortuna, trovarono la loro collocazione, aiutati da una delle pazientissime hostess.
Dopo un paio di telefonate laconiche (ho lasciato fidanzate o da esse soso stato lasciato per l’impossibilità di sostenere conversazioni via filo più lunghe di cinque minuti) mi accinsi alla desiderata lettura. Tutto a posto, il biglietto pronto a eventuali verifiche del controllore (trattavasi di una delle signorine di cui sopra che, dismessi gli abiti di hostess, si sarebbe calata nel ben più importante ruolo del verificatore).
A treno ormai avviato, di incanto sì materializzò una lunga fila di viaggiatori che, pur avendo posti presso la carrozza 2, erano saliti inesplicabilmente alla 7 e, complici una notevole quantità di bagagli, sporte, borselli, involti e quant’altro, tardarono una buona mezz’ora a sistemarsi.
Maledizione.
C’era, nel gruppone, un paio di bambini piuttosto isterici che però furono messi a tacere dallo sguardo (avrebbe fatto paura a un ufficiale delle SS) minaccioso della madre.  Oltre al citato sguardo contribuì alla calma dei due infanti l’offerta di una banana per ciascuno e la somministrazione di due giochini video di quelli che finiranno di rincoglionire una generazione che sarà salvata solo da una pietosa esplosione atomica.
Dopo che tutto sembrava, grazie alla Provvidenza, acquietarsi e la speranza di un viaggio tranquillo pareva dunque riprendere quota ecco che vidi avanzare una coppia caratterizzata da una notevole stazza, sia lei che lui. Entrambi presero posto proprio di fronte a me, non prima di lanciarmi una smorfia che vorrei definire, con cristiana generosità, sorriso.
Prima di sistemarsi la coppia cercò, con parziale successo e in barba alle leggi della fisica, di collocare negli appositi scomparti una notevole quantità di sacchi e sacchetti tutti caratterizzati dal fatto di contenere del cibo. Dalla Rosticceria Gallo Umbro all’enoteca Bernabei, fino a Eataly, Supermercati PAM, Pasticceria Fortunato, Pork House, Casa del Latticino e via dicendo.
Da quel momento il loro viaggio fu un continuo mangiare, sgranocchiare, smandibolare interrotto da gorgoglii che rappresentavano la momentanea sospensione dell’incameramento di cibi solidi per dar spazio alla meritata alternanza con liquidi vari. Dal rum di Giamaica al succo d’arancia, poi salame pre-affettato, pane (Lariano?), fettine di formaggio, una milanese che creò qualche tensione nella coppia che fu presto  risolta da un gesto deciso della donna che riuscì a strapparla  a metà con le nude mani, valutando con soddisfazione la bontà dell’operazione e facendola seguire poi da un vigoroso succhiarsi tutte e dieci le dita, nessuna esclusa.
Dopo un paio d’ore in due orchi viaggiatori sospesero la propria intensa attività di ingestione/deglutizione ed iniziarono, con sperimentata sincronia di coppia, una fase più squisitamente digestiva, preceduta da 4 mignon di amaro Petrus ciascuno tracannati d’un fiato.
Rilassati e soddisfatti, lei languida appoggiando la propria testolina sulla spalla di lui, quel lui che le sorrise con dolcezza e, dopo essersi tolto scarpe da ginnastica che dovevano aver percorso un paio di volte il Cammino di Santiago, prese a russare come un  martello pneumatico da viaggio.
A mezz’ora dall’arrivo i due si svegliarono di nuovo in perfetta sintonia ed entrambi presero a visionare, gli occhi quasi lucidi dall’emozione, sul loro tablet, un interessante tutorial sulla preparazione delle polpette al sugo.
Con la mia consueta fortuna scesero, esattamente come il sottoscritto, a fine corsa però con modi assai urbani riuscirono a cacciare nei pur minuscoli cestini tutti i vari involti, ormai esanimi, utilizzati nel corso del viaggio.
Li lasciai al loro destino e guardai con un po’ di mestizia il torsolo della mela e la buccia della banana che erano i miseri resti del mio parco pranzo. Mentre lasciavo la stazione vidi che la coppia si era fermata al bar dell’atrio. Forse il viaggio aveva messo loro un po’ di appetito, chissà. 
P.S. Non ho letto quasi nulla del romanzo di Mutis, forse al ritorno, chissà. In compenso ho scritto questo pezzo e mi sono anche divertito. Voi? Spero di sì.

Sempre vs. umile, m.

CopyrightHouse, 2022

2022/09/13

2022 09 Della trasformazione di San Andrés in San Roque o del pragmatismo dei cattolici spagnoli

 

Della trasformazione di San Andrés in San Roque o del pragmatismo dei cattolici spagnoli

 

Un paio di lustri fa mi trovavo a soggiornare con la mia famiglia in una località di quell’ancha Castilla che, pur non godendo della fama della cervantina Mancha, gode pur sempre di tante vestigia e della non trascurabile caratteristica, per chi vi scrive graditissima, d’esser piuttosto spopolata.

Venuto a sapere che a un tiro di schioppo dalla casa rural nella quale alloggiavamo, governata da buona famiglia di lavoratori operosi e timorati di Dio, vi era una piccola chiesa meritevole d’esser visitata, chiesi informazioni sul cammino da fare per raggiungerla.

La stessa era dedicata a San Andrés e, avendo per caso, o per disegno divino, un figlio con quel bel nome, proposi allo stesso -al figlio, intendo, non al Santo- una breve escursione per visionarla.

Ci fu proposto, come primo itinerario, un percorso che salendo su un piccolo monte e ridiscendendo una graziosa valle ci avrebbe portato quasi a ridosso della costruzione. In alternativa ci fu illustrata una più classica strada locale, la quale allungava il tragitto ma lo rendeva più agibile alle nostre abitudini cittadine.

Con mio entusiasmo, non del tutto condiviso dal mio figliolo, imboccammo senza indugio il sentiero avventuroso, ma presto fummo dissuasi dalla presenza di cavalli che non sembravano gradire troppo la nostra compagnia. Più affettuose furono le tante api ma, onde evitare contatti troppo ravvicinati con le stesse, rientrammo sulla nostra decisione e imboccammo perciò la stradina asfaltata.

Accompagnati da un concerto di cicale e da un vento caldo che accarezzava le spighe di agosto, la passeggiata si rivelò abbastanza impegnativa ma, dopo un’oretta di cammino, fummo confortati da un bel cartello lucente che indicava senz’altro la deviazione per la Iglesia de San Andrés.

L’ultimo tratto di strada era piuttosto impervio, l’asfalto pieno di fenditure, e a prudente distanza vedevamo i cavalli di cui sopra e la fila ordinata di arnie affollate di laboriosi insetti.

Il paese ci accolse del tutto disabitato, un comitato di accoglienza composto da un paio di innocui cani che ci osservarono senza troppo emozionarsi. A rendere più bucolico, o georgico forse, il tutto un enorme mucchio di stallatico in attesa d’esser distribuito sugli ampi campi circostanti. In lontananza si udiva il ritmico rumore di una mietitrebbia impegnata nella raccolta del frumento.

Ma la chiesa, dunque? Proseguendo sulla salita giungemmo infine a vederla. Immobile e ieratica, nel tipico stile romanico, essenziale, del tutto a suo agio in quel contesto, come se dopo il passaggio dei dinosauri e delle orde di Visigoti la stessa fosse sorta spontanea dalla terra, la facciata ben orientata a ponente, il piccolo campanile a gettare un’ombra pietosa contro quel sole accecante.

Come fossero ad attenderci per un mai definito appuntamento, accompagnati dai due cani che ci avevano seguito con castigliana riservatezza, ecco due figuri appoggiati alla parete in ombra della chiesa.

Affatto inquietanti ci accolsero con un sorriso coi pochi denti ancora in loro possesso. Uno era sciancato e si appoggiava a una rudimentale stampella. L’altro era monòcolo, ma non aveva dei Ciclopi di omerico ricordo, l’aspetto minaccioso. Si avvicinarono a noi senza fretta e ci chiesero, o almeno così intesi, se volevamo visitare l’edificio.

A un mio cenno di assenso lo sciancato estrasse una chiave che avrebbe fatto invidia, per dimensioni e imponenza, allo stesso San Pietro e si adoperò per aprire il portale.

Mentre quello si dava da fare osservavo, tipici di quella zona, i mostriciattoli scolpiti sulla facciata, raffiguranti demoni, satiri e altre creature poco raccomandabili. Scolpiti sempre all’esterno di edifici religiosi sono lì a indicare che, oltre quella soglia, il buon cristiano gode di tutte le divine protezioni del caso, giacché l’accesso a quel corteo di blasfeme creature è proibito.

Sulla colonnina destra del portale si coglieva, consunta dal tempo, la raffigurazione di spighe di grano, sull’altra una strage di innocenti, dove i soldati eran raffigurati con cotte di maglia di foggia medievale. Scherzi della storia.

L’interno era gradevole, si intuivano affreschi ormai evanescenti, un piccolo altare, finestre ogivali dove gli alabastri erano stati rimpiazzati da plexiglas rimediato chissà dove. Il matroneo in legno pareva pericolante, ormai dominio di ragni e di insaziabili tarli.

Eppure, nonostante i segni del tempo, la luce d’occidente illuminava quelle vecchie pareti e tendendo l’orecchio, si poteva ascoltare il bisbigliare di antichi rosari e di preghiere.

Mi rivolsi dunque al mio paziente figliolo che mi aveva seguito fin li. “Vedi Andrés questa chiesa è dedicata al tuo santo” feci, sorridendo d’intesa ai nostri ciceroni.

Ma a quel punto fu l‘orbo a precisare che no, che la chiesa estaba ahora dedicada a San Roque.

Padre e figlio ci guardammo perplessi. “Possibile che per quattro case ci siano addirittura due chiese?” sembrava chiedermi Andy con lo sguardo. Uscii all’aperto. Nulla, a parte le suddette quattro case e la vallata sottostante, dove qualche mucca pascolava in rassegnato silenzio sotto il sole.

Sfoderando il mio spagnolo un po’ accademico chiesi lumi e questa fu la spiegazione che i due mi fornirono e che riporto con i caveat del caso.

“La iglesia è dedicata sì a San Andrés ma dato che la festa del santo cae el 30 de noviembre nessuno nadie verrebbe a las fiestas, nadie subíra aquí entre nieve y hielo. Nessuno verrebbe quassù a novembre tra neve e ghaccio. Entonces pensammo di dedicare la iglesia también anche a San Roque che si festeggia el dieciséis de agosto, más calor, más gente!”.

Cercando contenere il nostro sorriso nei limiti della decenza assentimmo con misurati movimenti del capo alla saggia decisione. Se già in agosto sarebbero stati in quattro gatti potevamo immaginare a fine novembre. La fede è importante ma anche il meteo merita d'esser preso in giusta considerazione. Chiedetelo a Noè.

Ecco dunque svelato il mistero!

Così, soddisfatti nella nostra naturale curiosità ci accomiatammo dai nostri due simpatici amici non prima di aver lasciato una piccola offerta para las fiestas.

In fondo, pensavo tra me e me, discendendo nel pomeriggio ormai avanzato, chi ci dice che non fossero proprio loro due, Andrés e Roque, venuti a portare un po’ di conforto, anche barando un po’ sulle date,  alle miserie di questo mondo? Alla fine ha ragione il profeta. Nomina nuda tenemus.

Settembre 2022

 

 

 

 

 

 

2019/07/05

Antropologia del ripetitore seriale




Vi capisco, in fondo, voi umani… così bipedi, così implumi (*), così bombardati di informazioni.

Ricordate il gioco del passaparola? Il primo della fila sussurrava al vicino “Venezia” oppure “bambola” e quello, a sua volta, la ripeteva sottovoce al successivo e così “Venezia” finiva per diventare, all'altro estremo, “palestra” oppure “Zia Nella”.

Era una cosa perfino divertente, nell'innocenza di quei tempi.

Ma... oggi? Misteri della comunicazione umana. Ora che le moderne tecnologie ci connettono a prezzi irrisori e con poca o nessuna fatica ai quattro angoli del pianeta ci ritroviamo ad essere più ignoranti di un tempo delle cose del mondo. Ricordate che diceva l'amico William:  "Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia" (**).

Dato che leggere è attività faticosa (e scrivere lo è ancora di più) ci limitiamo ormai a una rapida occhiata ai titoli (titoloni, per meglio dire).

Crisi economiche, catastrofi umanitarie e terremoti si accompagnano a braccetto alle foto osé dell’ultima fiamma del noto calciatore, allo spread, al burkini.

Confortati da queste pillole di verità ce ne andiamo in giro tronfi come pavoni, convinti di aver scalato tutti i gradini del “gradus ad Parnassum” (***) e così passiamo con disinvoltura a ripetere giudizi altrui, a rilanciare termini spesso sconosciuti spennellati ad arte per ottenere quella doratura esterofila che fa tanto fine.

Ma i più graziosi sono quelli che godono di una solida preparazione ideologica. In questa babele di voci, in questa cacofonia assordante di muezzin muniti di megafono ripetiamo dai nostri minareti virtuali, h24, le verità del momento finendo per contraddire inconsapevolmente noi stessi (o quel poco che resta di noi dopo questa overdose di alienazione).

Allora abbiamo i marxisti leninisti che declamano con entusiasmo motti del più spregiudicato capitalismo, pacifisti che si ritrovano a ripetere, come teneri pappagallini, frasi rubate a von Clausewitz (****), esponenti della destra, quella solida, conservatrice, rassicurante, che si rilanciano, a forza di copia e incolla, tesi del tutto contrapposte alla propria impostazione ideologica (San Francesco ? Papa Francesco ? Guccini Francesco?)...

L’assoluta mancanza di dubbi, della ben che minima esitazione, ci rende personaggi senza memoria, incollati a questi frammenti di verità propinatici dai nostri guru da telefonino.

Le proprietà dell’avocado, il cancro curato con un po’ di limone, la crisi energetica risolta con macchine tenute nascoste dalla solita congiura pluto-giudaico-massonica che, come i jeans, non passa mai di moda...

L’idea di mettersi a studiare, con un po’ di umiltà, non ci sfiora neppure e magari di provare ad approfondire qualche tema prima di diventare gli strilloni, gli uomini e le donne sandwich (ma quelli, almeno, erano pagati per farlo e non è affatto detto che condividessero quanto esposto dai loro cartelloni).

Siamo finiti per diventare corrieri di verità altrui. Siamo finiti per ragionare come tutti. Siamo finiti per essere, alla fine della fiera, nessuno (*****).

Marco Lorenzo Faustini, 2019


(*) Platone (?), Aforisma (???)
(**) William Shakespeare, direi senz'altro da "Amleto"
(***) Muzio Clementi, Gradus ad Parnassum (raccolta di 100 esercizi pianistici di livello avanzato)

(****) Carl Philipp Gottlieb von Clausewitz (1780 – 1831) generale prussiano autore del citatissimo  "Vom Kriege"... ma chi l'avrà mai letto?
(*****) concetto preso a liberamente in prestito da "L'Immortale" di J.L. Borges

2019/01/17

2019 01 Taciti accordi



Nel caso in cui non vi sia ancora chiaro sappiate che il mondo (die Welt), inteso come società umana, si è sempre retto su taciti accordi. Qualche esempio (e se riuscite a concentrarvi per qualche minuto vedrete che finirete per darmi ragione).

I soldati andavano alla guerra al soldo di qualcuno (l’etimologia non mente, mai!), ma col tacito accordo che in caso di vittoria un po’ del bottino andava a loro (con annesse, in offerta speciale, le torture da infliggere agli sconfitti e lo stupro di tutte le sventurate donne e fanciulli che capitavano a tiro).

I servi della gleba accettavano una vita di umiliazioni e di servitù (appunto) giacché i feudatari offrivano loro la possibilità di rifugio nei loro castelli quando calavano le orde di invasori.

I preti invitavano la folla di volenterosi flagellanti ad una vita di castità e di sacrifici col tacito accordo che il Padre Eterno avrebbe aperto, dopo la morte, i cancelli del Paradiso e donato loro l’immortalità.

Sono tutti esempi, per quanto approssimativi, di come la società tenda a dare molte cose per scontate. 
Il non detto, l’implicitamente sottinteso, vale più del contratto con tutti i suoi articoli e cavilli.

Tutto ciò fin quando l’equilibrio, per definizione precario, si rompe. Ecco che allora abbiamo Spartaco che si ribella allo strapotere patrizio e mette sotto scacco il più organizzato esercito del tempo, la plebaglia francese che, senza pane né croissant, dà l’assalto alla Bastiglia, oppure un tizio sbucato da un vagone piombato che riesce ad abbattere il regime degli Zar.

E in questi casi (decidete voi se malaugurati no) c’è sempre chi manovra (o per lo meno ci prova) e tenta di cavalcare l’onda favorevole, di salire sul carro del vincitore ogni qualvolta esso viene ribaltato.

Gli esiti di tali rivolgimenti possono essere disastrosi o, in qualche caso, perfino decenti: dalla Rivoluzione Francese è arrivato qualcosa di buono (un’idea di libertà, di eguaglianza, di fraternità, anche se poi il motto finiva, minacciosamente con “… o morte”, ma questo lo sanno in pochi).

Napoleone, piccolo uomo, rappresentò la fine di molti di quegli ideali (si dice che Beethoven abbia cancellato dall’Eroica la dedica a Bonaparte quando questi si auto proclamò Imperatore).

E che dire di Stalin? Dietro quell’eterno sorriso e il baffo ben pettinato si nascondeva un feroce dittatore che fece piazza pulita di tutti quelli che provarono ad opporsi al suo strapotere (riuscì perfino ad accoppare Trotsky inseguendolo fino in Messico).

Anche al giorno d’oggi viviamo di taciti accordi. Ad esempio le multinazionali del mondo ricco fanno soldi a palate sulla pelle degli africani. Perché ci indigniamo tanto se questi tentano di sfuggire al loro destino, magari su un barcone o nascosti dentro un container?

Se paghiamo una camicia dieci euro e quello che l’ha confezionata ne prende a malapena mezzo non ci facciamo mica tanti problemi. Come pure: tanto baccano per il terrorista acciuffato dopo lunga latitanza. Quanta gente ha colpito? E quanti morti hanno provocato i Blair, Bush junior e, nel suo piccolo, il signorotto di Arcore, andando ad esportare la democrazia a suon di bombe, alla ricerca delle famose “armi di sterminio di massa”. 

Le avete trovate, poi, queste famigerate armi? Non mi risulta , ma va bene così.

Di nuovo: taciti sottintesi. Che questa è democrazia, che siamo in una Repubblica fondata sul lavoro, che vince il migliore (leggi: la squadra che ha più soldi, che può permettersi i migliori giocatori e anche di fare qualche favore all’arbitro, no?).

Dico spesso che la miglior sorte che può capitarci è quella di riuscire a credere alle nostre stesse menzogne. Messa così sembra una provocazione. Io direi che è in fondo è una sorta di protocollo terapeutico.

Saluti a tutti.

Marco Lorenzo Faustini, 2019

2017/12/21

2017 12 Un dissociato augurio di buone feste





Questo Natale, queste festività non riescono a convincermi. Già di mio sono anarchico e faccio fatica a gioire a comando, e ciò mi rende un mediocre cattolico (per me la Quaresima alle volte è stato tempo di serenità e la Pasqua di Resurrezione, magari, per contrappasso, un momento di tristezza).

Debbo avere un orologio sfasato, difatti sono un disadattato sociale e non tento più nemmeno di rimettermi in sincrono con un mondo che sento ogni giorno di più distante e desolato.

Non festeggio perché penso a quelli che hanno perso il loro lavoro, non festeggio perché, a fronte di tanti personaggi tronfi e farciti di sé stessi come tacchini, c'è chi anche quest'anno non ha avuto un briciolo di soddisfazione professionale e personale.

Non festeggio perché penso alle donne che sono state abusate, soggette al ricatto di uomini che non fanno mistero dei loro abusi di potere, coordinati e continuativi.

Non festeggio perché penso agli uomini che sono stati ingiustamente diffamati.

Non festeggio perché questo mondo è divenuto un centro commerciale, dove tutto ha un prezzo e la dignità delle persone vale poco o nulla.

Non festeggio perché non vedo quasi mai chi decide di mettersi in discussione, chi dice "scusa, ho sbagliato", chi riflette criticamente sul proprio operato. Al contrario è tutto un pullulare di grandi dichiarazioni, e spesso vince chi la spara più grossa.

Figli viziati, padri imbolsiti, donne in menopausa che giocano a fare le vamp, personaggi permalosi, incapaci di sorridere di sé stessi...

Forse il più bel regalo da trovare sotto l'albero è un po' di serenità, lontano dai clamori, dai telefonini che squillano, dai selfie con i sorrisi precotti...

Forse il più bel regalo è dedicarsi un po' di umiltà, non aver paura di piangere, non aver paura di mettersi a nudo e tutto questo, a ben vedere, non si compra su Amazon, non si vende su Ebay.

Scusate queste digressioni di fine d'anno. Stringiamoci alle belle cose che abbiamo, godiamoci le albe ed i tramonti.

La vita, questa vita, è il nostro unico lusso.

Buone cose a tutti voi,

m.

PS Cercate di comprendere cosa VERAMENTE desiderate dalla vita. E' il primo passo per provare ad essere felici. Per dire.

2017/09/14

J.P. Donleavy (1926-2017)






“Electronic books are a bad thing because they cannot be accumulated on shelves to remind you of your past, to impress your neighbors and colleagues, and to help prevent divorces thanks to the sheer bother of arguing over who owns what.” 



― J.P. Donleavy

2017/08/15

2017 08 15 Marco Lorenzo Faustini compositore al pianoforte...





OK, lo so. Quel signore è Paul Gaguin e quella tastiera non è affatto un pianoforte bensì un armonium.

Ma in questo luogo un po' fuori del tempo dove mi trovo tutto potrebbe essere.

Metteteci un po' di immaginazione e capirete.

Un felice Ferragosto a tutti voi, m.

2017/07/14

La rivoluzione delle bottigliette di vetro



Non so esattamente da quando, ma ad un certo punto della storia sorse l’abitudine di depositare bottigliette di birra ovunque capitasse.

Era un gesto rivoluzionario che noi, vecchi parrucconi del tempo che fu, non comprendevamo. Non riuscivamo ad accettarne la portata innovativa e rimuovevamo freudianamente la realtà fattuale del “prima” e del “dopo”.

Appoggiare la Peroni su una panchina era un atto eroico. Lasciarla sul marciapiede, sulla pensilina della metro, sull’autobus deserto dell’ultima corsa notturna… c’era chi si era specializzato a deporla con perizia dietro le ruote delle automobili parcheggiate. Con bravura si faceva in modo che l’ignaro conducente iniziasse la giornata con un bel botto di vetri infranti e, in certi casi, con un copertone squarciato.

I giovani, foruncolosi e spermatici, si vantavano delle loro imprese, e con loro viaggiavano a ruota stuoli di ragazze che non volevano esser da meno… del resto anche quella era una rivoluzione per l’autentica parità dei sessi.

Però come tutte le rivoluzioni il fenomeno finì per istituzionalizzarsi, divenire prassi comune. A San Lorenzo come a Garbatella, a via del Corso come a Tor Marancia fiorivano aiuole di Heineken e di Ceres che si riflettevano sotto il sole creando un gradevole effetto multicolore.

Le campane del vetro rappresentavano, con la loro ingombrante presenza, un totem del passato e le donne e gli uomini che sottostavano al rito di nutrirle di bottiglioni e barattoli di marmellata  appiccicaticci erano i dinosauri di un universo destinato a sparire, a spegnersi in un pianissimo.

Ma la rivoluzione, autentico genio delle metamorfosi, incalzava, assumendo nuove sfumature e  contorni. Alla moda ormai consolidata ed anche un po' passata delle bottigliette seguì presto quella dei sacchi della spazzatura. Abbandonati nei luoghi più impensati essi erano soggetti ad una rapida metamorfosi. I gabbiani banchettavano con starnazzante euforia, felici di quell’inaspettato dono di bucce di banana, carcasse di pollo alla diavola, frutta marcia, avanzi di paella staccati a forza da pentole d’acciaio che avevano conosciuto passati splendori.

Così la Città Eterna rinnovava la propria livrea con strati su strati di bottigliette e spazzatura. Ci si imbatteva in sacchetti del McDonald affidati alla corrente del fiume (o del traffico di Ponte Milvio). Trans e donnine varie ci facevano dono dei loro preservativi usati e di flaconi di lubrificante.

Più complicato era comprendere le distribuzione randomica di scarpe spaiate dai tacchi vertiginosi e rigorosamente paillettesate, appoggiate con nonchalance tra un semaforo ed un cartellone che reclamizzava, da secoli, la bontà del Metodo Shenker per l'apprendimento rapido dell'inglese.


Ma la vita andava avanti... eravamo noi che restavamo ineluttabilmente indietro.

Marco Lorenzo Faustini (2017)


2016/08/28

2016 08 Ritorno a Riomma

Dopo un mese trascorso all`estero in una imprecisata località della Castilla Y Leon mi ritrovo a Madrid per prendere il volo che auspicabilmente ci riporterà a Riomma, capitale d`ITAGLIA.

Nelle capitale spagnola arrivare all'aeroporto Adolfo Suarez è piuttosto semplice. Con un supplemento di ben tre euro si raggiungono comodamente in metropolitana (linea 8)  i terminal 1,2,3 o 4 a seconda dei casi.

Ma quando arrivate a Riomma le cose non sono così semplici. Forse dal Leonardo da Vinci ce la potete anche fare a prendere il trenino che vi porta al Terminal Ostiense oppure alla Stazione Termini.

Ma se scendete al G.B. Pastine provate a prendere un taxi e fatemi sapere.

I taxi, di per sé, ci sono. Solo che non vogliono passare per la barriera che conta il numero di corse dallo scalo. Quindi l'ignaro turista polacco o francese, abituato alle regole del mondo civile, si mette in fila dove c`è il cartello giallo dei TAXI.

Il furbo taxista attende da lontano e non c`è modo di convincerlo ad avvicinarsi per seguire le regole.

Allora ieri sera ho telefonato al 112 e segnalato il fatto che un centinaio di persone attendevano in fila ordinata ma neppure un taxi passava per la corsia dedicata.

La risposta dell' operatore della Polizia di Stato: "i taxi sono un servizio privato e noi non possiamo intervenire". Mi permetto di replicare che a mio avviso i taxi sono un servizio pubblico ma non mi sembra di aver convinto il mio interlocutore che mi congeda con un "vedremo cosa si può fare".

Ormai sono trenta minuti che attendiamo e solo un taxi, una vera mosca bianca, ha fatto il giro previsto. I suoi altri colleghi si sbracciano di lontano. La gente è un po' confusa.

Qualcosa si muove alla distanza. E´ uno dei pullman che fanno servizio da Ciampino a Termini.

Ci avviciniamo col nostro carico di valige ed incrociamo uno dei taxisti "furbi".

"Io la Polizia l'ho avvisata" gli dico.

E quello "Ma non l'ha vista l'ora? E poi la sbarra è rotta".

Bastardo.

Riusciamo a prendere l' ultima corsa del bus Terravision che però ci lascia a Termini, in una via Giolitti avvolta nell'oscurità. Recuperiamo i bagagli e ci godiamo la vista di tanti africani che sonnecchiano sui cartoni, sotto le pensiline. Dopo infinite rampe di scale mobili (in questo caso tutte immobili) arriviamo a prendere l'ultima corsa del metro.

A San Paolo Basilica trasciniamo i bagagli oltre il tornello. C'è la tipica solerte impiegata nel gabbiotto che, piedi sul bancone, telefono appiccicato all'orecchio, non ci degna di ragguagliarci sul fatto che i cancelli su via Giustiniano Imperatore sono già chiusi.

Ritorniamo all'uscita di via Gaspare Gozzi (quella è ancora aperta, mi pregustavo già una notte bloccato in stazione, questi sono capaci di tutto).

Un ultimo slalom in una galleria, tra pisciate di cani e cristiani (ma forse pisciano anche gli islamici) ed il ritorno al casa è completato.

Benvenuti a Riomma... anzi bentrovati!

2016/07/25

2016 07 ... non riesco ad eccitarmi

La caccia ai mostriciattoli da tasca (Pokemon) proprio non riesce a scatenare la mia fantasia. E' evidente che, essendo io nato nel 1960, non sia troppo sensibile ad un'applicazione tarata sui c.d. millennials. E me ne farò una ragione.

Non voglio fare il solito apocalittico (tutte le persone dotate di intelletto lo vedono da sé che il Pianeta sta andando in vacca) ma, pur comprendendo la valenza antropologica di questa nuova tendenza di massa, non riesco a non pensare a quanti incidenti essa provocherà.

Persone in scooter che, sfuggite alla strage da SMS ricevuto-proprio-quando-c'è-un-bel-platano-in-curva, salvatesi miracolosamente dal fatale WhatsApp con foto di Pippa Middleton in lingerie, sopravvissute all'ultima impresa del Capitano della Riomma non riusciranno ad ingannare il destino un'ennesima volta mentre voleranno da un ponte inseguendo il simpatico pupazzetto.

Certo, si socializzerà tantissimo e la gente si scollerà dai divani per invadere parchi e viali. Peccato che non vedrà molto del mondo che li circonda. Ci si affannerà a cercare, come spesso accade, il dito e si mancherà di ammirare la Luna.

Comunque anch'io giocavo, nei secoli scorsi, con una console di 88 tasti (bianchi e neri, il colore non è mai arrivato da quelle parti, per fortuna). Socializzavamo pure, anche senza wifi e ci divertivamo un mondo giocando a campana o a nascondino, senza GPS, e un pattìno (o moscone) abbandonato sula spiaggia poteva essere un galeone e una conchiglia diventare un prezioso tesoro.

Mangiavamo cocomeri enormi e giocavamo a pallone (di cuoio!) a piedi scalzi sulla spiaggia e,
non so perché, ho la netta impressione che fossimo assai meno infelici. Forse perché i dinosauri erano appena estinti e tutto era così luminoso e nuovo che molte cose non avevano neppure un nome e bisognava indicarle con la mano.

Buona caccia a tutti, comunque.

Il vostro amico, m.


2016 07 ... non riesco ad eccitarmi

La caccia ai mostriciattoli da tasca (Pokemon) proprio non riesce a scatenate la mia fantasia. E' evidente che, essendo io sono nato nel 1960, non sia troppo sensibile ad un'applicazione tarata sui c.d. millennials. E me ne farò una ragioene,

Non voglio fare il solito apocalittico (tutte le persone dotate di intelletto lo vedono da sé che il Pianeta sta andando in vacca) ma, pur comprendendo la valenza antropologica di questa nuova tendenza di massa, non riesco a non pensare a quanti incidenti essa provocherà.

Persone in scooter che, sfuggite alla strage da SMS ricevuto-proprio-quando-c'è-un-bel-platano-in-curva, salvatesi miracolosamente dal fatale WhatsApp con foto di Pippa Middleton in lingerie, sopravvissute all'ultima impresa del Capitano della Riomma non riusciranno ad ingannare il destino un'ennesima volta mentre voleranno da un ponte inseguendo il simpatico pupazzetto.

Certo, si socializzerà tantissimo e la gente si scollerà dai divani per invadere parchi e viali. Peccato che non vedrà molto del mondo che li circonda. Ci si affannerà a cercare, come spesso accade, il dito e si mancherà di ammirare la Luna.

Comunque anch'io giocavo, nei secoli scorsi, con una console di 88 tasti (bianchi e neri, il colore non è mai arrivato da quelle parti, per fortuna). Socializzavamo pure, anche senza wifi e ci divertivamo un mondo giocando a campana o a nascondino, senza GPS, e un pattìno (o moscone) abbandonato sula spiaggia poteva essere un galeone e una conchiglia diventare un prezioso tesoro.

Mangiavamo cocomeri enormi e giocavamo a pallone (di cuoio!) a piedi scalzi sulla spiaggia e,
non so perché, ho la netta impressione che fossimo assai meno infelici. Forse perché i dinosauri erano appena estinti e tutto era così luminoso e nuovo che molte cose non avevano neppure un nome e bisognava indicarle con la mano.

Buona caccia a tutti, comunque.

Il vostro amico, m.


2016/07/20

Un discorso un po' confuso




Sì, lo so, il mio sarà un discorso un po' confuso e per questo chiedo umilmente venia. E' che nell'epoca in cui tutti parlano di tutti e su tutto è divenuto difficile tracciare un semplice ragionamento senza rischiare d'offendere qualcuno o esser presi a male parole.

Ipotizziamo che ci siano delle elezioni comunali e siano rimasti, dopo una dura selezione, due soli candidati: Blu e Rosso (non ci interessano né il sesso né il colore politico né l'età o altre specifiche caratteristiche dato che il nostro è un discorso astratto).

Ora è facile che i giornali, le TV, le radio, i social network si intasino di considerazioni sulla bontà dell'uno e sui difetti dell'altro: tutto ciò non è che la materializzazione di concetti quali la libertà di opinione, di pensiero ma anche di informazione e così via.

Ora fin quando l'ennesimo giornalista snocciola il panegirico sul candidato Blu a tutto sfavore del Rosso non succede nulla di strano. Al più sul medesimo giornale o su altra testata un altro giornalista (o esperto in "Rossi" e "Blu") dirà che no, che tutto al contrario, che quello buono è il Rosso mentre il Blu non vale una cicca e motiverà questo giudizio citando il curriculum vitae dell'uno, tanto ricco di successi, in confronto a quello dell'altro che è tutto una fila di fallimenti ecc. ecc., insomma al panegirico sull'uno segue l'agiografia dell'altro.

Sono le solite polemiche fra addetti ai lavori e nihil sub sole novi, come affermava San Girolamo traducendo l'Eclesiaste. Ma quando il dibattito si sposta sui social network le cose si fanno più complesse. Lì anche il più innocente dei temi, fosse anche il confronto tra due violinisti classici o due pittori del XIV secolo, rischia di finire in baruffa. Se poi parliamo di temi più caldi (la politica, l'economia, il CALCIO) la rissa verbale è assicurata.

C'è chi si diverte a lanciare innocenti provocazioni, magari con ironia, con garbo. Nei secoli scorsi sarebbe stato un tipo da pamphlet, da libello satirico. Al giorno d'oggi questi può dilettarsi a realizzare autentici fake (scusate l'ossimoro) magari con l'aiuto di software fotografici, ma ciò non allo scopo di ingannare qualcuno bensì con l'intento di ridere di chi si è distinto per clamorose sparate. Ma alla provocazione più o meno innocente, più o meno garbata, possono seguire (e spesso seguono) risposte che creano un' escalation di rissosità, di volgarità, perfino di insulti personali.

Dunque quello che un tempo era il confronto tra "grandi firme dei giornali" sui vizi e virtù del candidato Rosso vs. Blu diviene, al giorno d'oggi, un campo di battaglia, un'arena coperta di insulti e di bestemmie. Si sono già verificati casi di denunce. Diffamare un soggetto su una pubblica piazza, anche se virtuale, è pur sempre un reato e la responsabilità penale, mi permetto di ricordare, è sempre personale!

Ma tutto questo crea un danno all'idea di piazza, di assemblea, di incontro giacché se ogni volta che si parlerà di Blu o di Rosso, di Clinton o di Trump, di monetaristi o di keynesiani, di Inter o Milan si finirà agli insulti, alle bestemmie o alle minacce si giungerà a rendere impraticabili questi spazi pubblici, che, pur con tutti i limiti del caso, sono pur sempre un grande occasione di confronto e di scambio di idee (anche se intasati di troppi selfie o delle immancabili foto di long drink o di spring roll).

I giornali tradizionali stanno morendo (leggete le statistiche e sappiatemi dire), quelli on-line faticano non poco a sopravvivere ma se anche questi pubblici spazi finiscono per trasformare ogni riflessione, compreso la più innocente, in una rissa tra lavandaie, c'è poco da star allegri giacché ci si auto- preclude una spazio di libertà.

Il discorso un po' confuso termina qui.

Un saluto a tutti voi,

Marco Lorenzo Faustini, 2016

2016/07/12

Lo stadio della Riomma





Con i trasporti allo sbando, la spazzatura che raggiunge alte e non retoriche vette, la Metro "C" che è finita (guarda caso) ancora nell’occhio della magistratura ovviamente la priorità per la Città Eterna (così chiamata per l' "eternit” sparso a piene mani su tutto il suolo comunale) è la realizzazione dello Stadio a Tor di Valle.
La vera, la autentica priorità per noi tutti i cittadini. Lo Stadio e le Olimpiadi sono la coppia vincente che ci traghetterà, in allegria, verso un futuro roseo.
Ora sento già levarsi il coro dei grandi urbanisti, tutti esperti e fini conoscitori dell’arte di Vitruvio accompagnato dal clamore dei tanti insigni economisti (della domenica) che affermano che la mancata realizzazione dell'opera rappresenterebbe una grande occasione perduta, quando ormai una folla di investitori privati era pronta, i soldi in bocca, a finanziare il grande progetto.
Senza entrare nelle polemiche su Berdini, su Verdini o su Verdone ( tutti personaggi dei qualio mi interessa assai poco) mi permetto di ricordare una vicenda che, per certi aspetti, rassomiglia e non poco all' "affaire" Stadio.
Mi riferisco alla la vicenda della autostrada A35, la cosiddetta BREBEMI. Anche lì l’affare era sicuro, il pubblico non avrebbe sborsato una lira (pardon un euro), l'opera era necessaria, impellente, un autentico business che avrebbe reso tutti felici e contenti.
Ma ecco qualche dato (mi scuso di prelevarlo tal quale da Wikipedia).
***L'autostrada, che la società di gestione dichiara essere stata realizzata in finanza di progetto, aveva un costo preventivato di circa 1 420 milioni di euro, a carico dei privati che pianificavano il rientro della cifra investita tramite l'incasso dei pedaggi; al momento dell'inaugurazione, tuttavia, i costi erano lievitati fino a 2 400 milioni di euro, in gran parte coperti dalla Banca europea degli investimenti (prestito da 700 milioni) e dalla Cassa depositi e prestiti (820 milioni). Inoltre l'elevato pedaggio (circa 15 eurocent/km contro i 7 dell'A4 che copre lo stesso percorso) e il fatto che l'autostrada sia sostanzialmente un doppione del preesistente tratto di A4 che collega Milano a Brescia hanno fatto sì che il traffico previsto di 60 000 veicoli al giorno, ritenuto necessario per rientrare dell'investimento in tempi ragionevoli, non sia mai stato raggiunto, attestandosi altresì sulle 20 000 unità; il governo italiano, con la legge finanziaria del 27 dicembre 2014, e la Regione Lombardia hanno quindi stanziato complessivamente 360 milioni di euro; il primo, sotto la denominazione di Fondo interconnessione tratte autostradali, ha stanziato 300 milioni erogabili in quindici tranche annuali di 20 milioni dal 2017 al 2031, mentre la seconda ha stanziato 60 milioni; la manovra è stata ampiamente criticata da vari politici e da Legambiente, che hanno sottolineato sia l'inutilità dell'autostrada, incapace di finanziarsi con il proprio traffico, sia l'inopportunità di finanziare con denaro pubblico un'opera approvata sotto la condizione che dovesse essere interamente finanziata da privati; per quanto riguarda altresì i finanziamenti promessi dalla Regione Lombardia, le polemiche hanno riguardato l'inopportunità di elargire 60 milioni di euro a una struttura in perdita invece di finanziare sanità e istruzione pubblica nella Regione.***
Mi colpisce il parallelo tra le due vicende. Prendetelo come un ragionamento da padre di famiglia. Lascio a menti più fine la prosecuzione del dibattito.

"A riveder le stelle" Dante, Inferno XXXIV






2016/06/07

2016 06 "Dai Giaché, facci sognare!"



Dormano sonni tranquilli i compagni rivoluzionari del Partito Democratico dell’era de “El Bomba”: alla fine il prode Giachetti vincerà e capitanerà una giunta-armata Brancaleone che con perizia e professionalità finirà di spartirsi gli ultimi bocconi di carne, i più succulenti.

Giachetti, a ben pensare, mi sembra anche una brava persona, una persona onesta, ma come tutti i radicali ha un peccato originale: vogliono fare gli anti-sistema godendosi tutti i privilegi del sistema.

L’antropologia di questi soggetti si riassume nei Rutelli, il sindaco in motorino che finì in affari con i Caltagirone, nelle Bonino sempre indignate col nasino all’insù che fanno la rivoluzione da vicepresidente del Senato, da Ministro o da Commissario Europeo ai Flussi Migratori. Ma non scordiamoci i Capezzone (soldato di ventura passato a guidare le truppe di Silvio, ahimè senza grandi trionfi, eppure era tanto bellino), ai Taradash (solo quattro legislature alla Camera ed una all’europarlamento) ormai al soldo di Alfano e Matteoli (i Che Guevara & Castro de noantri).

Ma Giachetti è un uomo perbene. E’ Renzi che non lo è, questo è il problema.

Vincerai Giachetti, alla fine vincerai perché l’italiano medio (e più medio del romano medio non ce n’è) è scontento ma, nel fondo, un po’ fifone. Si tiene la monnezza e aspetta, paziente, l’autobus sotto il sole impietoso.

"Nun ce stanno i sordi, signò" (cit. da sportello dell'ATAC). Certo: sono finiti a finanziare Buzzi e Carminati, le prodezze di Panzironi e Mancini, l’acquario con i pesci virtuali di alemanniana memoria nel laghetto ormai semi- prosciugato dell’EUR, le fuksassiana nuvole tanto effimere quanto incomprensibili.

Dai Giaché, facci sognare: uno stadio nuovo per la Riomma e qualche altra alzata di ingegno suggerita dall’esercito sempre affamato degli amici costruttori, sotto la sapiente regia dell’ineffabile Maria Elena Boschi e lo strategic advisoring di Davide Serra. 

E non scordare di intitolare una strada, fosse pure un vicolo cieco ad Almirante. Perché in fondo, come diceva Clint Eastwood, “siamo morti un po’ tutti in questa guerra”.


A riveder le stelle.