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2018/04/26
2018 04 25 Christian Alejandro Almada
Guarda i video:
Prière à Notre Dame, Léon Boëllmann organista Christian Alejandro Almada
Guilmant, I tempo Sonata no 1 in re min organista Christian Almada
2012/01/16
Su Bach, Mandelbrot ed il broccolo romanesco
Non crediate che chi vi scrive abbia del tutto chiaro cosa sia un frattale. Ma questo mi sento di dire: che se c'è qualcosa, sul piano della musica, che gli si avvicina di molto, esso si ritrova ne "L'arte della fuga" di Johann Sebastian Bach.
C'è del mistero attorno alla BWV 1080 (14 fughe e quattro canoni), opera inizata, probabilmente, attorno al 1740 e mai finita. Per quale strumento fosse stata concepita non è dato sapere (organo, clavicembalo o forse un ensamble di archi). Certo è che la composizione, uscita nel 1751, ossia l'anno successivo alla morte del Maestro, prende le mosse da una frase che somiglia molto ad un algoritmo ricorsivo di quelli scoperti dal fondatore della geometria frattale Benoît Mandelbrot (1924-2010).
Eccola qui sotto rappresentata: se proviamo ad osservarla ci accorgiamo che l'Autore si è servito di questa semplice ma geniale frase per fare quello che madre natura compie quando realizza una struttura come fiocco di neve, oppure un broccolo (quello della foto in alto è un bell'esemplare di romanesco). Il nostro broccolo ha una macrostruttura che replica strutture sempre più piccole, autosimili, autoricorsive.
E' noto che Bach amasse la matematica. Appartenne, come altri insigni musicisti, alla "Società delle Scienze Musicali". Il fascino esercitato da Pitagora sui musicisti era, al tempo di Bach, molto forte (tuttora esiste un'accordatura, per gli strumenti ad intonazone fissa, come il pianoforte o il clavicembalo, basata sulle sue teorie).
Il contrappunto, in BWV 1080, raggiunge i suoi vertici assoluti. Una montagna bellissima, impervia, che si staglia contro la luce del Sole. Un percorso che, secondo il Maestro, uomo di fede e di profonda spiritualità, non può che condurre chi la scrive, chi l'esegue e chi la ascolta, che ad avvicinarsi al cospetto del Creatore.
Ma, proprio per le intrinseche caratteristiche dell'essere bachiano essa è, allo stesso tempo, scalata e discesa, innalzamento ed approfondimento.
Il contrappunto è, in effetti, l'arte di comporre linee melodiche tra loro indipendenti ma tali da realizzare, quando suonate insieme, armonie (cioè gruppi di note eseguite insieme) tali da risultare musicalmente interessanti. Nel caso di Bach - questo ultimo, possiamo dire "estremo" Bach- vengono dispiegati tutti gli espedienti compositivi possibili: cambi di scansione ritmica, moti paralleli, moto speculari, moto retrogradi.
Eppure quello che sembra quasi un esercizio accademico, un gioco per menti affinate e raffinate, finisce per diventare un'esoterica, splendida mappa del mondo. Il contrappunto XIV, l'ultimo al quale il Maestro stava lavorando, si interrompe alla battuta 239 su una sequenza di note B♭ - A – C – B♮ (dove il Si bequadro era al tempo identificato dalla lettera 'H' nella notazione tedesca). La firma nascosta di Bach ricorda un po' il teschio anamorfico di Holbein il giovane nel suo quadro "Gli Ambasciatori".
Un messaggio in bottiglia destinato, probabilmente, ai pochi eletti in grado di comprendere questo capolavoro in tutta la sua immortale magnificenza.
Marco Lorenzo Faustini
2011/07/17
Sofya Gulyak a Villa Doria Pamphilj 16 luglio 2011
E' una serata fresca e qualcuno del pubblico, che ha scalato l'amena collinetta che porta al Villino Corsini, si è provveduto di golfino e ha fatto bene.
Quando appare Sofya Gulyak (Kazan, 1979) è molto diversa dall'idea che mio ero fatto di lei. Me la immaginavo più alta e più altera, in cambio è paffutella e molto simpatica. Siede al piano, concentratissima, e si comincia.
La prima sfida è già impegnativa, la "Ciaccona in re minore" di Bach-Busoni. Bella parete da scalare che Sofya affronta riuscendo a coniugare la classicità della partitura bachiana, per violino solo, alla trascrizione-traslitterazione metamorfica di Ferruccio Busoni che fu, e questo spiega la scelta del brano, oltre che compositore anche sommo pianista.
A seguire altre vette del pianismo estremo, da Franz Liszt: la Morte di Isolde, lo Studio Trascendentale n. 12 e poi la trascinante Rapsodia Ungherese n.2. Anche qui la giovane interprete mostra maturità, intelligenza e controllo, riuscendo a non farsi dominare dalla diabolica scrittura del compositore ungherese.
La seconda parte della serata è dedicata a César Franck, a Gabriel Fauré e a Maurice Ravel. In tutti e tre i brani Sofya riesce a ben gestire le difficoltà tecniche (rispettivamente il Preludio-Corale-Fuga del compositore belga, il Notturno op. 36 del secondo ed infine "La Valse").
Il Valzer di Ravel è sì omaggio al genere che tante e sognanti melodie aveva prodotto. Ma è anche, come il più famoso Bolero, una danza di morte, composta sul finire della Grande Guerra. Ed allora si fa fatica, nella fitta e complessa trama di note, a ritrovare la rasserenante cadenza in tre quarti. Il rigore del grande artista francese non si piega alla nostalgia del ballo ma si erge a disegnare un affresco di desolazione e di inquietudine di fronte al destino dell'uomo.
E dunque da Bach a Ravel una serata che ci ha offerto un'ampia gamma di emozioni e di stimoli. Un programma di un' interprete che non va certo a cercarsi la via più facile.
Perchè, come si dice, se piace a tutti non è Arte e se è Arte non piace a tutti.
Ancora complimenti ed auguri, Sofya.
Marco Lorenzo Faustini
www.sofyagulyak.com
www.iconcertinelparco.it
2011/06/26
Remember Pavarotti A Night At The Opera
Remember Pavarotti
A Night At The Opera
Auditorium della Conciliazione
Sala del Coro
Roma, 25 giugno 2011
Pervin Chakar, soprano
Alessandro Scotto di Luzio, tenore
Fabio Montani, pianoforte
L’invito ad assistere a “Remember Pavarotti” mi giunge, del tutto inaspettato, nel pieno della sacra siesta del sabato pomeriggio. Però la tentazione è forte, e poi mi attira l’idea di ascoltare un po’ di belcanto e, soprattutto, questi due giovani interpreti: Pervin Chakar ed Alessandro Scotto di Luzio.
La cornice è prestigiosa: la Sala del Coro dell’Auditorium della Conciliazione dove, prima del concerto, si può visitare la mostra dedicata all’indimenticato Luciano. Molte foto, molti costumi di scena ma, ancor più interessante, la bellissima selezione di lettere, alcune anche toccanti, di ammiratori, di amici, di personalità dello spettacolo, della politica, della cultura. Da Kofi Annan a George Bush, dal Dalai Lama a Gianni Versace, da Bono a Sting.
Per qualche misterioso arcano noi italiani ci rendiamo, a volte, poco conto dello straordinario patrimonio che c’è nella nostra storia. E Luciano Pavarotti, sia detto senza retorica, è stato, oltre che altissimo interprete, anche un vero e proprio ambasciatore della nostra cultura. E se anche alcuni puristi hanno avuto da ridire su alcune scelte artistiche, non c’è dubbio che se oggi tanti giovani conoscono “Vincerò” è anche, e soprattutto, merito suo. E non è poco.
Alle 20:00 in punto il maestro Montani siede al piano e Pervin ed Alessandro iniziano il loro recital. E per un’ora abbondante ascoltiamo una bellissima sequenza di arie, da “L’alba separa dalla luce l’ombra” di Francesco Paolo Tosti a “O mio babbino caro” di Giacomo Puccini. E poi Gaetano Donizetti, Vincenzo Bellini, Traviate e Boheme, Montecchi e Capuleti.
Un repertorio così, di successi che hanno emozionato il mondo, rischia di divenire un vero boomerang se non è interpretato più che bene. Ed i nostri due giovani eroi, complice il nitido pianismo di Montani, sanno farlo con lo spirito giusto, con garbo ed umiltà, senza sconfinare, sapendo anche cambiare rapidamente registro espressivo, dal lirismo dell’ “Elisir d’Amore” alla complicità dei duetti di “Musica proibita” o di “Tu che m’hai preso il cuore”.
Più espressivamente matura la giovane cantante turca (ma da anni in Italia), più spontaneo ed accattivante il bravo Alessandro, sta di fatto che ci trasportano, nella difficoltà di un recital di nudi piano e voce, e perciò senza rete, in un tempo passato che, in qualche modo, si fa rimpiangere. Il loro entusiasmo riesce, comunque, a trasformare questi vecchi spartiti in nuove e vitali emozioni trasmettendole che ricambia con entusiasmo.
Grazie di cuore a tutti,
Marco Lorenzo Faustini
2011/05/21
Musica alla Biblioteca Casanatense
Musica alla Biblioteca Casanatense
Per Paola Bernardi
21 maggio 2011
E' un curioso intrecciarsi di tempi e di luoghi: il "Che si può fare?", della veneziana Barbara Strozzi (1619 - 1664) risuona fra le file ordinate di volumi austeri della Biblioteca Casanatense. Quest'Aria, composta in Laguna verso la metà del Seicento, rivive nella voce di Gaia Petrone, giovane e brava cantante di Vieste.
Con la statua del Cardinale Casanate (1617-1700) benedicente, sullo sfondo, ascoltiamo le pene d'amore della bellissima cantante e compositrice.
E' un pomeriggio splendido dove un'insolita luce, che filtra dalle tende, ha trasformato la Città Eterna in Città Virginale, dai marmi bianchissimi e lucenti come dopo la pioggia.
La tiorba risuona sensuale, il clavicembalo sospinge la melodia col suo accompagnamento continuo, la viola da gamba è malinconica. Ma più di tutto è la voce che emerge, i versi struggenti sulla vita dove "le stelle ribelli non han pietà". La sentiamo sospirare di quel perfido amore che "un respiro diniega al mio martirio".
Come non parteggiare con te, Barbara? Più ancora di Monteverdi, di Frescobaldi, di Diego Ortiz è bastato un tuo verso e tutti ci siamo sentiti partecipi della tua pena, del tuo dolore, tanto femminile e composto.
Meno male che le campane della vicina Chiesa di Sant'Ignazio si son messe a chiamar messa. Troppo ìmpari la lotta e allora la voce della virtuosa (o cortigiana che fosse) Barbara è tornata al silenzio.
Ma continuiamo, profondamente impressionati, a portala dentro.
Gaia Petrone, mezzosoprano
Bruno Re, viola da gamba
Andrea Damiani, tiorba
Gino Nappo, clavicembalo
2011/04/23
Stabat Mater
Forse Giovanni Battista Pergolesi presentiva che la sua breve vita (1710-1736) stava per giungere al termine mentre lavorava febbrilmente, c'è chi dice fino all'ultimo giorno, al suo Stabat Mater.
Quanto vera ed amara ci appare l'espressione, se ben ricordo di Stendhal, che afferma che "subito dopo la perfezione ecco la morte".
Stabat Mater, una preghiera-sequenza attribuita a Jacopone da Todi (sec. XIII) che descrive la Madre addolorata in lacrime preso la Croce era, al tempo di Pergolesi, assai popolare.
I "Cavalieri della Vergine dei dolori della Confraternita di San Luigi al Palazzo", in Napoli, chiesero al giovane compositore una nuova versione che sostituisse lo "Stabat Mater" di Alessandro Scarlatti (che era del 1724) e che veniva eseguita in tempo di Quaresima.
Il dolore della Madre descritto nella prima parte della sequenza veniva, nella seconda parte, fatto proprio dall'orante. Me sentíre vim dolóris fac: fammi, o Vergine, provare i tuoi stessi dolori (e quelli del Figlio tuo).
Il fedele diviene egli stesso l' Agnus Dei, qui tollis peccata mundi. Quaresima è dunque il tempo propizio per l'espiazione non solo dei propri peccati ma anche di quelli altrui, per caricarsi, come l'uomo di Cirene, l'altrui Croce, l'altrui dolore.
In questo complesso contesto di fede (la preghiera dello "Stabat Mater" venne abrogata dal Concilio di Trento del 1543-63 e ripristinata da Benedetto XIII nel 1727), dove l'aspetto teologico e dottrinario deve cedere il passo al potente fervore popolare, ed in un luogo dove anche i gusti musicali cambiano rapidamente (sempre Stendhal dirà, un secolo dopo, "in Europa ci sono due capitali: Parigi e Napoli" a testimoniarne la vivacità culturale) il Pergolesi si trova su un crinale infido: coniugare una visione desolata, di dolore assoluto, con una spinta che, partendo dall'empatia, conduca verso il superamento della sofferenza, in una speranza che può essere letta in chiave cristiana (come farà Bach, che sullo "Stabat Mater" studierà a lungo) ma anche in una visione più laica, in un'energia che ci viene forse più da Prometeo che da Zeus.
Questa è la sfida. Ma è chiaro, già dalle primissime note, che la Bellezza vince su tutto, perfino sull'assoluto dolore, perfino sul'assoluta, definitiva morte. In un'energia di un mozartiano ante-litteram (anche Wolfang Amadeus morirà scrivendo un "Requiem") Pergolesi finisce per convertici tutti. Se non alla fede cristiana nella resurrezione almeno a quella, più laica, del riscatto dalla misera condizione umana.
Discografia: posseggo due versioni dello Stabat Mater, entrambe molto belle. La prima è diretta da Christopher Hogwood ed interpretata dalla Academy of Ancient Music, Emma Kirkby e James Bowman (1980). La seconda è quella diretta da Charles Dutoit ed interpretata dalla Sinfonietta de Montréal, con June Anderson e Cecilia Bartoli (1991).
2011/01/12
Coetzee su Bach
...finora ha trovato nella musica dell'Occidente, in Bach soprattutto, ciò di cui ha bisogno. Adesso si è imbattuto in qualcosa che in Bach non c'è, anche se nella sua musica ve ne sono accenni: un gioioso abbandono della ragione, che congiunge la mente alla danza delle dita...
"Gioventù" J.M. Coetzee, 2002
2010/10/26
Musiche di Marco Enrico Bossi a Santa Prassede, Roma
Basilica di Santa Prassede
Stagione Concertistica
Autunno 2010
Roma
Se non altro per contemplare i bellissimi mosaici della chiesa basilicale di Santa Prassede, se non altro per ascoltare la splendida voce dell'organo della pontificia ditta Giovanni Tamburini (datato 1942) fossi in voi, miei amati lettori dell' "Angolo del Maestro", verrei senza indugio ad ascoltare i concerti, ad ingresso libero, che si tengono alla domenica (ore 19:00) a cadenza settimanal/quindicinale.
Il 23 ottobre il Maestro Andrea Macinanti, ottimo interprete, ci ha proposto una sintesi delle opere del 'primo' Marco Enrico Bossi (1861-1925).
Questo artista, figlio d'arte e, se si può dire, padre d'arte, ebbe una triplice carriera: di compositore, di interprete e di didatta.
Nato nell'anno dell'Unità d'Italia fu apprezzato forse più all'estero che in Patria (dove nessuno è profeta!), anche se ebbe importanti incarichi sia come organista (a Como) che presso vari conservatori, compreso quello di Santa Cecilia, in Roma.
Vissuto in un momento musicale dove era soprattutto la lirica ad imporsi sulla scena musicale, riuscì comunque ad affermare un momento strumentale sulla scia del post-romanticismo di Johannes Brahms. Apprezzato anche da Giuseppe Verdi, notoriamente era assai avaro di complimenti, ed in seguito da Giacomo Puccini, ebbe un'intensa attività concertistica che lo portò a viaggiare sia in Europa che oltreoceano.
Suo anche un "Metodo teorico-pratico per lo studio dell’organo" che fu testo di riferimento per la tecnica organistica moderna.
Il repertorio di questa sera si muoveva tra un "Preludio Festivo", di severa impronta bachiana ad uno "Scherzo", ispirato a Beethoven ad una "Siciliana", un puro esercizio di stile nell'omonima forma barocca.
Molto bello anche il finale della "Seconda Sonata". Dalle armonie di Bach, dunque, alle inquietudini di fine '800, con accenni ed evocazioni che si legano, in qualche modo, alla musica di Ottorino Respighi.
2010/07/28
28 luglio 1750
In questa data, 260 anni fa, moriva a Lipsia il più straordinario musicista di tutti i tempi.
Ma la musica di Johann Sebastian Bach (1685-1750) continua a scorrere nel mondo, apportando ricchezza spirituale e gioia nel cuore.
Che le note del Maestro non vi abbandonino mai, amici miei.
Che la Corale BWV 147 "Jesus bleibet meine Freude" vi illumini sempre il cammino, Amen.
2010/07/08
Bach Vivaldi Bahrami, Titano e via dicendo...
I Concerti del Parco
Teatro Pamphilj, ROMA
Bach e Vivaldi
Camerata del Titano
Augusto Ciavatta, direttore
Ramin Bahrami, pianoforte
L'orchestra, a guardarla a distanza, è un circolo di luce nella notte, una sorta di grossa, inoffensiva astronave
che, a volo rasente, si è posata su questa radura di villa Pamphilj (in questi giorni di luglio la città è in
affanno sotto un sole implacabile, ma questa sera, tra i pini, si gode perfino un piacevole filo di brezza).
E dunque siamo qui ad ascoltare Antonio Vivaldi e Johann Sebastian Bach, interpretati dall'orchestra sammarinese della Camerata del Titano, diretta dal suo maestro-fondatore Augusto Ciavatta.
Vivaldi (1678-1741) si diverte, nel suo Concerto in la maggiore per violino solo, 3 violini ed archi a giocare con l'eco. Da sinistra il primo violino lancia una serie di spunti che vengono ripresi, a destra, dall'altro gruppo.
Allegro, larghetto e ancora allegro scivolano via con la consueta serenità e fantasia tipiche del "prete rosso".
Poi, ad eseguire il BWV 1055 (*) di Bach (1685-1750) giunge la star della serata, il pianista Ramin Bahrami (1976). Bach aveva probabilmente composto, originariamente, il concerto per uno strumento ad arco, ma poi lo aveva riadattato per tastiera (ai suoi tempi: clavicembalo od organo). Ma la musica di Bach, che si diffonde come un Vangelo per le vie del mondo, è sempre più spesso suonata dal pianoforte, che riesce a dare, in molti casi, un impatto ancora più drammatico al già fortissimo chiaroscuro bachiano.
Immerso nela sua musica, concentratissimo, il pianista iraniano (ma con solide radici culturali tra Italia e Germania) sceglie, pur con una gestualità piuttosto accentuata, un registro sonoro estremamente pulito ed asciutto.
Nella seconda parte ancora Vivaldi (Concerto in sol minore per archi) ed ancora Bach per pianoforte ed orchestra (BWV 1052). Di nuovo la curiosità intellettuale di Vivaldi, le sue esplorazioni tra la tonalità maggiore e passaggi nella minore, di nuovo quell'ariosità, quel senso di apparente leggerezza che tanto elevano l'animo dell'ascoltatore.
E poi la magia del BWV 1052, la sua progressione, la sua spinta in avanti, con il largo a creare un'oasi di lirismo e di nuovo l'allegro finale con lunghe parti di piano solo, al quale si sono ispirati tanti compositori (Mozart, Beethoven, Brahms...)
Fuori programma Ramin Bahrami ci suona poi, sempre di Bach, una Giga (in memoria del mecenate tedesco Hans Böhme, recentemente scomparso) e poi, a seguire, e per conciliarci il sonno, l'Aria delle Goldberg (**).
Un finale veramente di alto profilo che ci riconcilia col mondo e, più importante ancora, con noi stessi.
Bella serata davvero.
P.S. parleremo ancora di Ramin Bahrami e delle sue interpretazioni di Bach in via di pubblicazione con la Decca. A
prestissimo!
Marco Lorenzo Faustini
(*) Mi permetto di ricordare ai nostri lettori che la sigla BWV sta per "Bach-Werke-Verzeichnis" e cioè catalogo delle opere di Bach (oltre mille!) pazientemente realizzato dal musicologo Wolfgang Schmieder (1901-1990).
(**) So che è di un terribile cattivo gusto 'citarsi addosso', ma se leggete il mio post capirete che
l'associazione delle Goldberg con la conciliazione del sonno non sono casuali:
www.outune.net/tunemag/l-angolo-del-maestro/la-cura-dellinsonnia-secondo-bach-non-quello-dei-fiori.html
Teatro Pamphilj, ROMA
Bach e Vivaldi
Camerata del Titano
Augusto Ciavatta, direttore
Ramin Bahrami, pianoforte
L'orchestra, a guardarla a distanza, è un circolo di luce nella notte, una sorta di grossa, inoffensiva astronave
che, a volo rasente, si è posata su questa radura di villa Pamphilj (in questi giorni di luglio la città è in
affanno sotto un sole implacabile, ma questa sera, tra i pini, si gode perfino un piacevole filo di brezza).
E dunque siamo qui ad ascoltare Antonio Vivaldi e Johann Sebastian Bach, interpretati dall'orchestra sammarinese della Camerata del Titano, diretta dal suo maestro-fondatore Augusto Ciavatta.
Vivaldi (1678-1741) si diverte, nel suo Concerto in la maggiore per violino solo, 3 violini ed archi a giocare con l'eco. Da sinistra il primo violino lancia una serie di spunti che vengono ripresi, a destra, dall'altro gruppo.
Allegro, larghetto e ancora allegro scivolano via con la consueta serenità e fantasia tipiche del "prete rosso".
Poi, ad eseguire il BWV 1055 (*) di Bach (1685-1750) giunge la star della serata, il pianista Ramin Bahrami (1976). Bach aveva probabilmente composto, originariamente, il concerto per uno strumento ad arco, ma poi lo aveva riadattato per tastiera (ai suoi tempi: clavicembalo od organo). Ma la musica di Bach, che si diffonde come un Vangelo per le vie del mondo, è sempre più spesso suonata dal pianoforte, che riesce a dare, in molti casi, un impatto ancora più drammatico al già fortissimo chiaroscuro bachiano.
Immerso nela sua musica, concentratissimo, il pianista iraniano (ma con solide radici culturali tra Italia e Germania) sceglie, pur con una gestualità piuttosto accentuata, un registro sonoro estremamente pulito ed asciutto.
Nella seconda parte ancora Vivaldi (Concerto in sol minore per archi) ed ancora Bach per pianoforte ed orchestra (BWV 1052). Di nuovo la curiosità intellettuale di Vivaldi, le sue esplorazioni tra la tonalità maggiore e passaggi nella minore, di nuovo quell'ariosità, quel senso di apparente leggerezza che tanto elevano l'animo dell'ascoltatore.
E poi la magia del BWV 1052, la sua progressione, la sua spinta in avanti, con il largo a creare un'oasi di lirismo e di nuovo l'allegro finale con lunghe parti di piano solo, al quale si sono ispirati tanti compositori (Mozart, Beethoven, Brahms...)
Fuori programma Ramin Bahrami ci suona poi, sempre di Bach, una Giga (in memoria del mecenate tedesco Hans Böhme, recentemente scomparso) e poi, a seguire, e per conciliarci il sonno, l'Aria delle Goldberg (**).
Un finale veramente di alto profilo che ci riconcilia col mondo e, più importante ancora, con noi stessi.
Bella serata davvero.
P.S. parleremo ancora di Ramin Bahrami e delle sue interpretazioni di Bach in via di pubblicazione con la Decca. A
prestissimo!
Marco Lorenzo Faustini
(*) Mi permetto di ricordare ai nostri lettori che la sigla BWV sta per "Bach-Werke-Verzeichnis" e cioè catalogo delle opere di Bach (oltre mille!) pazientemente realizzato dal musicologo Wolfgang Schmieder (1901-1990).
(**) So che è di un terribile cattivo gusto 'citarsi addosso', ma se leggete il mio post capirete che
l'associazione delle Goldberg con la conciliazione del sonno non sono casuali:
www.outune.net/tunemag/l-angolo-del-maestro/la-cura-dellinsonnia-secondo-bach-non-quello-dei-fiori.html
2010/06/30
JSB: 6 Partitas Vladimir Ashkenazy
Johann Sebastian Bach
6 Partitas
Vladimir Ashkenazy
Decca 478 2163
Attenti, cari lettori, a non cadere nella tipica trappola bachiana, che sotto il termine di “esercizi per tastiera”, composti “per diletto dello spirito” e dedicati agli “amanti della musica” porterebbe a relegare questo gruppo di 6 partite (dalla BWV 824 alla BWV 830) tra le opere a principiale e dominante finalità didattica.
Tra l’altro non vorrei che il modesto pianista si illudesse, date queste premesse, che l’esecuzione delle 6 partite sia cosa facile. Affatto. Forse esse potevano risultare non impossibili al figlio primogenito, “eccezionalmente dotato per la musica” Wilhelm Friedermann. Ma non è da tutti, aggiungerei, ricevere codice genetico e lezioni private di clavicembalo da siffatto padre.
Ed anche semplicemente a leggere i nomi delle sezioni che compongono le singole partite si rischia di cadere in un'altra delle trappole del diabolico JSB (mi correggo JSB è stato proclamato Santo dalla chiesa luterana, la data della sua ricorrenza fissata nel giorno della morte, avvenuta il 28 luglio del 1750).
Il Santo Bach riesce a ‘spacciare’, sotto nomi insospettabilmente classici (preludio, allemande, sarabanda, minuetto, giga, toccata…) una serie di funambolici esercizi compositivi. Conservatore Bach, nel senso di autore assolutamente teso a salvaguardare i valori più assoluti, più elevati della musica. Per cui anche se siamo, in questo caso, nell’alveo di musiche da danza, dette “galanteries”, questo è proprio il terreno prescelto dall’Autore per imprimere una formidabile tensione e liberare tutto il proprio desiderio di ricerca, di sperimentazione, di innovazione.
La lettura di Ashkenazy è, come sempre, ariosa, cristallina, orientata a lasciar fluire la partitura, a librarla oltre lo spirito del tempo. Forse possono venire a mente interpretazioni più drammatiche, contrastate, in chiaroscuro del complesso testo bachiano e forse è proprio da quelle che il grande pianista russo (classe 1936) prende le mosse.
Riuscire a rendere l’allusione bachiana, il codice sotto il quale Bach compone, non è mai impresa semplice. Anche perché l’orizzonte, la visione sono di difficile comprensione (c’è chi ha osservato che anche la sequenza delle tonalità sembra suggerire una spirale che si allarga: dal piccolo intervallo Do Sib, al medio La Re, al grande Sol Mi). E dunque se esistesse una settima partita essa sarebbe in Fa. Ed è proprio la tonalità di Fa che introduce la successiva composizione bachiana: il concerto italiano.
Sarà stato tutto frutto del caso? Oppure già da allora il quarantenne Bach si divertiva, al riparo della sua parrucca incipriata, a prenderci un po’ in giro? A voi ascoltatori, come sempre, l’onore e l’onere della risposta.
Marco Lorenzo Faustini
2010/06/01
Prêtre & Brahms
Georges Prêtre dirige l'Orchestra dell'Accademia Nazionale di Santa Cecilia
Johannes Brahms (1833-1897)
Sinfonia n.3, Sinfonia n.4
Roma Sala Santa Cecilia
Auditorium Parco della Musica
31 maggio 2010
E' la figura carismatica di Georges Prêtre (classe 1924) a trasportarci nel complesso labirinto musicale di Johannes Brahms. E lo fa magnificamente, riuscendo ad addolcire, a smussare, ad alleggerire i passaggi più impervi di un artista intrinsecamente complesso. Johannes Brahms fu, infatti, uomo di pochi compromessi, teso a dare voce ad un universo musicale interiore. Profondamente radicato in una tradizione che, partendo da Bach, dal contrappunto, passava per Haydn, per Mozart, per Beethoven.
La musica di Brahms evolve a partire da questi maestri assoluti facendosi strada, tra innovazione e tradizione, in un più profondo e personalissimo linguaggio romantico.
La terza sinfonia è scritta da un artista ormai maturo ed affermato, considerato il maggior artista tedesco vivente. Ebbe un successo immediato, nonostante l'Autore fosse preoccupato che il pubblico potesse apprezzare un opera tanto composita, di tanti elementi ritmici, armonici e melodici in continuo divenire.
Certo è che il terzo moviento "Poco Allegretto" resta una delle pagine più belle mai scritte nella storia della musica, con un tema malinconico, in do minore, che ha il potere di essere struggente e, allo stesso tempo, sfuggente, la melodia che scivola, languidamente, da una sezione all'altra, imprevedibile e, a tratti, inquetante.
La quarta sinfonia, l'ultima composta da Brahms, torna ad un atteggiamento quasi ribelle, di sfida nei confronti della Natura e del Destino. Ma la sfida si risolve in un discorso via via più interiore, di scavo, di profondità negli abissi dell'animo.
Di nuovo la lettura di Prêtre risolve, liberando quasi l'orchestra nei passaggi di maggior 'cantabile', lasciando che la musica scivoli nella sala fino ad interrogare, uno ad uno, i singoli presenti.
Una direzione appassionata e, a tratti, essenziale. Una lettura splendida di pagine di musica che sono autentico patrimonio dell'Uomo. Brahms non avrebbe potuto chiedere, a parere di chi vi scrive, nulla di meglio.
2010/05/22
PPP & JSB
Pasolini sulla "Siciliana della I Sonata BWV 1001" di Johann Sebastian Bach
Bach rappresentò per me in quei mesi la più forte e completa distrazione: rivedo la stanzetta dei Cicuto, il leggio aperto alla luce della finestra, Pina che dà la pece all’arco, e lo spartito delle “sei sonate”…rivedo ogni rigo, ogni nota di quella musica; risento la leggera emicrania che mi prendeva subito dopo le prime note, per lo sforzo che mi costava quell’ostinata attenzione del cuore e della mente. La piccola stanza spariva, sommersa dall’argento freddissimo e ardentissimo del Siciliano: io lo ascoltavo e lo svisceravo, particolare per particolare…
Era soprattutto il Siciliano che mi interessava, perché gli avevo dato un contenuto, e ogni volta che lo riudivo mi metteva, con la sua tenerezza e il suo strazio, davanti a quel contenuto: una lotta, cantata infinitamente, tra la Carne e il Cielo, tra alcune note basse, velate, calde e alcune note stridule, terse, astratte… come parteggiavo per la Carne! Come mi sentivo rubare il cuore da quelle sei note, che, per un’ingenua sovrapposizione di immagini, immaginavo cantate da un giovanetto. E come, invece, sentivo di rifiutarmi alle note celesti! È evidente che soffrivo, anche lì, d’amore; ma il mio amore trasportato in quell’ordine intellettuale, e camuffato da Amore sacro, non era meno crudele.
Dai Quaderni rossi in RR 1: 152-153.
Gli interessati possono leggere l'intero, interessante articolo di Alessandro Cadoni in:
http://users.unimi.it/~gpiana/dm9/cadoni/cadoni.html
2010/05/04
La cura dell'insonnia secondo Bach (non quello dei fiori)
E' da ricercare nell'insonnia del conte Kayserling la ragion d'essere di questo mio umile scritto. "Ma di che parli?" vi chiederete voi, amati lettori. E' presto detto: il Conte non riusciva a dormire e fu così che propose al sommo Bach di scrivere un tema e delle variazioni di modo che il suo musico Johann Goldberg (1727-1756) potesse intrattenerlo nelle sue lunghe, lipsiane notti senza riposo.
D'accordo, l'abbiamo presa alla lontana, ma del resto per affrontare Johann Sebastian Bach (1685-1750) conviene sempre procedere con la dovuta cautela ed il massimo rispetto.
Vorrei dire che Bach, in fondo, nessuno l'ha capito mai del tutto. Né il sommo fece nulla per assicurarsi l'immortalità, la fama imperitura. Si comincia a capire Bach dal 1829, quando la "Passione secondo San Matteo" viene rappresentata, sotto la direzione di Mendelssohn. Si comincia a editare l'opera immensa di questo lavoratore (luterano e perciò instancabile) solo dal 1850, e cioè a cento anni esatti dalla sua morte.
Il fatto è che Bach sa, l'ha sempre saputo, d'essere un artista straordinario. Studiare Bach è come assistere al lavoro di un artigiano ed accorgersi che, frase dopo frase, battuta dopo battuta, egli sta realizzando non una piccola, preziosa miniatura ma, al contrario, un'immensa, maestosa cattedrale.
Ma veniamo ora alla lettura di Glenn Gould (ci riferiamo alla registrazione del 1981). Gould esegue le "Goldberg" mettendo il suo talento a totale servizio del testo: rigoroso, pulito, cristallino. Gould è, simultaneamente, cerebrale, muscolare e passionale (si sente la voce, nel sottofondo, che intona le note). La ricerca della purezza del suono è maniacale. Perfino il pianoforte sembra un ostacolo, a tratti, volendo Gould essere il ponte tra noi, gli ascoltatori, e la musica di Bach.
E' come se Gould cercasse di rappresentarci la matematica, la meccanica celeste, i numeri che Bach si diverte ad infilare uno dopo l'altro, uno dentro l'altro, come in un nastro di Moebius musicale, dove è quasi impossibile non smarrire la nostra posizione relativa. Dove comincia? Dove finisce? Dove siamo?
Da genio a genio, da cuore a cuore le "Goldberg" ci raccontano un gioco di purezza dove ogni cosa descrive un equilibrio, una voce scende e l'altra sale, un canone insegue un altro canone, parallelo o inverso che sia, melodia e contrappunto, fuga - in senso musicale- e fuga dalla realtà.
Potremmo discutere all'infinito: se fosse migliore l'altra interpretazione, quella del Gould annata 1955. Se sia migliore dare un'impronta più atletica, più clavicembalistica (Bach in fondo il pianoforte non l'ha mai visto in vita sua), più orientata al 'classico' (si dice che la morte di Bach segni la fine del barocco) oppure prefigurare un aspetto più 'romantico' ma senza peccare di anacronismo dato che Bach, come Mozart, è spesso al di fuori del tempo, di ogni tempo.
Sta di fatto che se già lo stesso interprete 'legge' la partitura in modo tanto diverso figuriamoci quando andiamo a confrontare diversi tastieristi (ci mettiamo pure i clavicembalisti, a pieno titolo, in questo caso). Ma questo ci riporta, idealmente, al punto di partenza.
Il sommo Bach è talmente sommo che nessuno può apporre il proprio sigillo e dire: è così che si suona. Ma questa è l'arte, dove alla fine anche i sommi artisti muoiono ma la musica continua a viaggiare tra le sfere celesti, nel cosmo, incurante delle miserie e delle meschinità umane.
P.S. Il conte Kayserling fu eternamente grato a Bach. Ma tutto questo è anche un po' leggenda, essendo stata raccontata da un biografo, Johann Nikolaus Forkel, che narra fatti accaduti oltre sessant'anni prima. Ma alla fine cosa importa? Non solo: c'è chi pensa che neppure l'"Aria" di partenza sulla quale sono imperniate le "Goldberg" fosse opera del sommo Bach. Ma, insisto io, che cosa importa?
Marco Lorenzo Faustini
D'accordo, l'abbiamo presa alla lontana, ma del resto per affrontare Johann Sebastian Bach (1685-1750) conviene sempre procedere con la dovuta cautela ed il massimo rispetto.
Vorrei dire che Bach, in fondo, nessuno l'ha capito mai del tutto. Né il sommo fece nulla per assicurarsi l'immortalità, la fama imperitura. Si comincia a capire Bach dal 1829, quando la "Passione secondo San Matteo" viene rappresentata, sotto la direzione di Mendelssohn. Si comincia a editare l'opera immensa di questo lavoratore (luterano e perciò instancabile) solo dal 1850, e cioè a cento anni esatti dalla sua morte.
Il fatto è che Bach sa, l'ha sempre saputo, d'essere un artista straordinario. Studiare Bach è come assistere al lavoro di un artigiano ed accorgersi che, frase dopo frase, battuta dopo battuta, egli sta realizzando non una piccola, preziosa miniatura ma, al contrario, un'immensa, maestosa cattedrale.
Ma veniamo ora alla lettura di Glenn Gould (ci riferiamo alla registrazione del 1981). Gould esegue le "Goldberg" mettendo il suo talento a totale servizio del testo: rigoroso, pulito, cristallino. Gould è, simultaneamente, cerebrale, muscolare e passionale (si sente la voce, nel sottofondo, che intona le note). La ricerca della purezza del suono è maniacale. Perfino il pianoforte sembra un ostacolo, a tratti, volendo Gould essere il ponte tra noi, gli ascoltatori, e la musica di Bach.
E' come se Gould cercasse di rappresentarci la matematica, la meccanica celeste, i numeri che Bach si diverte ad infilare uno dopo l'altro, uno dentro l'altro, come in un nastro di Moebius musicale, dove è quasi impossibile non smarrire la nostra posizione relativa. Dove comincia? Dove finisce? Dove siamo?
Da genio a genio, da cuore a cuore le "Goldberg" ci raccontano un gioco di purezza dove ogni cosa descrive un equilibrio, una voce scende e l'altra sale, un canone insegue un altro canone, parallelo o inverso che sia, melodia e contrappunto, fuga - in senso musicale- e fuga dalla realtà.
Potremmo discutere all'infinito: se fosse migliore l'altra interpretazione, quella del Gould annata 1955. Se sia migliore dare un'impronta più atletica, più clavicembalistica (Bach in fondo il pianoforte non l'ha mai visto in vita sua), più orientata al 'classico' (si dice che la morte di Bach segni la fine del barocco) oppure prefigurare un aspetto più 'romantico' ma senza peccare di anacronismo dato che Bach, come Mozart, è spesso al di fuori del tempo, di ogni tempo.
Sta di fatto che se già lo stesso interprete 'legge' la partitura in modo tanto diverso figuriamoci quando andiamo a confrontare diversi tastieristi (ci mettiamo pure i clavicembalisti, a pieno titolo, in questo caso). Ma questo ci riporta, idealmente, al punto di partenza.
Il sommo Bach è talmente sommo che nessuno può apporre il proprio sigillo e dire: è così che si suona. Ma questa è l'arte, dove alla fine anche i sommi artisti muoiono ma la musica continua a viaggiare tra le sfere celesti, nel cosmo, incurante delle miserie e delle meschinità umane.
P.S. Il conte Kayserling fu eternamente grato a Bach. Ma tutto questo è anche un po' leggenda, essendo stata raccontata da un biografo, Johann Nikolaus Forkel, che narra fatti accaduti oltre sessant'anni prima. Ma alla fine cosa importa? Non solo: c'è chi pensa che neppure l'"Aria" di partenza sulla quale sono imperniate le "Goldberg" fosse opera del sommo Bach. Ma, insisto io, che cosa importa?
Marco Lorenzo Faustini
2010/02/28
buon compleanno, Fryderyk
Il 1° marzo del 1810 nasceva, in terra di Polonia, Fryderyk Chopin.
Il LobetaBlog fa i suoi migliori auguri al Maestro.
Ovunque tu sia grazie per la musica bellissima che ci hai dato e che continuerai a darci.
Con immensa stima,
MLF
2010/01/26
Radio Me
Cosa trasmette oggi "Radio Me"? Ovvero: qual'è il tema che da stamani, sotto la doccia, ci gira e rigira nella testa? Ma soprattutto: perchè oggi 'trasmettono' Mina e non la "Pastorale"? Perchè Rihanna piuttosto che Corelli? E perchè quella specifica frase, quel passaggio che forma una sorta di 'loop' che spesso ci accompagna, per ore, per giorni?
Chi ha deciso il programma odierno? E' stato perchè è materiale che abbiamo ascoltato ieri sera, sorseggiando un liquore tra amici? Oppure il tema che girovaga tra le nostre meningi è stato evocato, attivando una sorta di 'trigger', dalla pubblicità di una saponetta, dalla suoneria di un cellulare, da una musica d'ambiente nello studio del nostro amato commercialista?
Se vi addentrate nella lettura, piuttosto inquetante, di "Musicophilia- Tales of Music and the Brain", di Oliver Sacks (Borzoi Book, 2007) vi accorgete come la metodica del celebre neurologo porti a classificare tutti gli stimoli sonori, e a distinguerli non solo tra rumore e musica, ma soprattutto tra volontari ed involontari, tra quelli che fanno bene e quelli che fanno male, tra musiche e suoni associabili a qualcosa che è stato scritto da qualcuno e musiche e suoni che sembrano originati all'interno del nostro cervello, tra temi che illuminano l'ispirazione artistica d altri che conducono, ahimè, alla follia e alla morte.
Ci sono dei casi, infatti, in cui un determinato motivo inizia a suonare nella nostra mente e a girare e girare fino a coprire ogni altra forma di comunicazione in entrata, fino a sovrastare ogni voce, ogni altro segnale. Ci sono, inoltre, delle virtù musicali (vedi l'orecchio assoluto) che vengono considerate molto spesso come un dono ma che, in altri contesti, posssono condurci anche a forme di nevrosi.
Senza spingerci nei casi clinici e nelle possibili diagnosi (psicologiche, chimiche, neurorogiche... ) mi viene di pensare alla quantità di ignoto, di abisso lungo il quale camminiamo, un crepaccio, una faglia che corrono paralleli alla nostra vita e in cui alla volte rischiamo, tutti noi, ciascuno di noi, di precipitare.
Pensate che perfino certi geni della musica ai nostri giorni potrebbero essere studiati alla luce di certe sindromi ben precise (sono in molti a ritenere che il geniale Glenn Gould fosse affetto da una forma di Asperger). Sappiamo di artisti che mentre si esercitano al proprio stumento finiscono per cadere in una sorta di 'trance' e che, in questo stato, dei rumori ostili (vedi aspirapolvere messo in moto nella stanza a fianco) li aiutano, paradossalmente, ad isolarsi maggiormente, a meglio seguire il sentiero luminoso e fluorescente delle note da suonare...
Di nuovo l'abisso. E di nuovo lo studio, affascinante ed infinito, della mente e dell'animo umani. Studio che stimola, come spesso accade per le cose interessanti, più interrogativi che risposte.
Detto questo: sapete per caso come si spegne, visto che è notte fonda, "Radio Me"?
Chi ha deciso il programma odierno? E' stato perchè è materiale che abbiamo ascoltato ieri sera, sorseggiando un liquore tra amici? Oppure il tema che girovaga tra le nostre meningi è stato evocato, attivando una sorta di 'trigger', dalla pubblicità di una saponetta, dalla suoneria di un cellulare, da una musica d'ambiente nello studio del nostro amato commercialista?
Se vi addentrate nella lettura, piuttosto inquetante, di "Musicophilia- Tales of Music and the Brain", di Oliver Sacks (Borzoi Book, 2007) vi accorgete come la metodica del celebre neurologo porti a classificare tutti gli stimoli sonori, e a distinguerli non solo tra rumore e musica, ma soprattutto tra volontari ed involontari, tra quelli che fanno bene e quelli che fanno male, tra musiche e suoni associabili a qualcosa che è stato scritto da qualcuno e musiche e suoni che sembrano originati all'interno del nostro cervello, tra temi che illuminano l'ispirazione artistica d altri che conducono, ahimè, alla follia e alla morte.
Ci sono dei casi, infatti, in cui un determinato motivo inizia a suonare nella nostra mente e a girare e girare fino a coprire ogni altra forma di comunicazione in entrata, fino a sovrastare ogni voce, ogni altro segnale. Ci sono, inoltre, delle virtù musicali (vedi l'orecchio assoluto) che vengono considerate molto spesso come un dono ma che, in altri contesti, posssono condurci anche a forme di nevrosi.
Senza spingerci nei casi clinici e nelle possibili diagnosi (psicologiche, chimiche, neurorogiche... ) mi viene di pensare alla quantità di ignoto, di abisso lungo il quale camminiamo, un crepaccio, una faglia che corrono paralleli alla nostra vita e in cui alla volte rischiamo, tutti noi, ciascuno di noi, di precipitare.
Pensate che perfino certi geni della musica ai nostri giorni potrebbero essere studiati alla luce di certe sindromi ben precise (sono in molti a ritenere che il geniale Glenn Gould fosse affetto da una forma di Asperger). Sappiamo di artisti che mentre si esercitano al proprio stumento finiscono per cadere in una sorta di 'trance' e che, in questo stato, dei rumori ostili (vedi aspirapolvere messo in moto nella stanza a fianco) li aiutano, paradossalmente, ad isolarsi maggiormente, a meglio seguire il sentiero luminoso e fluorescente delle note da suonare...
Di nuovo l'abisso. E di nuovo lo studio, affascinante ed infinito, della mente e dell'animo umani. Studio che stimola, come spesso accade per le cose interessanti, più interrogativi che risposte.
Detto questo: sapete per caso come si spegne, visto che è notte fonda, "Radio Me"?
2010/01/05
Com'è stata la vostra... prima volta?
Ma cosa vi viene in mente, miei maliziosi lettori? Il sottoscritto intende parlare dell'impatto che ha avuto, su di voi, un certo brano musicale, un'aria, un passaggio, la prima volta che lo avete ascoltato.
E dunque vi relaziono, in ordine metodicamente caotico, ossia via via che mi vengono in mente, alcune delle mie più indimenticate "prime volte"...
La prima volta che ascoltai Keith Jarrett ("The Köln Concert", ovviamente) rimasi praticamente folgorato. Io, abituato a vedere il pianoforte suonato da bambini educatissimi con la riga in mezzo, fui sconvolto dai dimenamenti, dai gemiti, da quei versacci e, perfino, udite udite, dall'utilizzo del pedale del sustain per
provocare una percussione che rimbombava nella piazza silenziosa ed attonita piena di buona gente tedesca. Gemiti e lamenti, appunto, eppure che musica, signori. Fu come se si fosse squarciato il velo del Tempio, se il
Profeta mi avesse rivelato, tutto in un colpo, la Verità.
Altri impatti clamorosi da segnalare nella mia autobiografia: l' "Impromptus D.899" di Franz Schubert, il brano "James" del Pat Metheny Group (con un solo di Lyle Mays che riuscì a distruggere le mie già fragili certezze sulle leggi della gravità applicata alla musica).
I "Concerti Grossi" di Handel che poi detto così è un po' eccessivo: solo certe parti, solo determinati passaggi ebbero, sul sottoscritto, un effetto tanto dirompente. Eppure che emozioni, che inalazioni profonde di un'aria che era tutto meno che polverosa e barocca.
Il Gershwin d "Porgy and Bess" (soprattutto nel momento in cui l'orchestra introduce "Summertime") ma anche la "Sagra" di Stravinsky, il passaggio percussivo, violento, dove la terra trema. Il secondo movimento della "Symphonie Fantastique" di Berlioz, dove perfino io, che notoriamente ballo come un cavallo azzoppato, sognavo di volteggiare in una salone stringendo tra le braccia una fanciulla bellissima e dal vitino di vespa... (e finivo per risvegliarmi, come Charlot, con una vecchia scopa in mano!)
Ma anche "Firth of Fifth" dei Genesis, con l'introduzione da brivido di Tony Banks non era mica male.
Poi c'è quella corale di Bach dove, dopo l'incipit dell'organo, entra il coro maestoso, solenne, a cantare "Jesus Bleibet Meine Freude" roba da far venire la pelle d'oca: ancora una volta quel vecchio parruccone di Johann Sebastian ha colpito nel segno facendomi vibrare d'astratto furore mistico.
Al contrario la lirica mi ha raramente distolto dal mio olimpico sopore. Tosca, personalmente, può continuare a lanciarsi da Castel Sant'Angelo. Aida continua, per sua libera scelta, a farsi seppellire viva (ma in fondo nessuno glielo ha chiesto). Al limite provo un po' di pietà per la piccola Butterfly: piuttosto il pugnale in petto lo avrei piantato a quell'idiota di Pinkerton.
Questione, come sempre, di gusti.
2009/12/17
Sting "If on a Winter Night..."
Sting
If on a Winter Night...
2009 UMG Recordings
"Ed ora dove mettiamo il CD di Sting?". La domanda non è di facile risposta dato che, come spesso accade, essa ha a che vedere con la classificazione delle cose e, più difficile ancora, con quella delle idee, delle sensibilità e delle emozioni.
E' un disco dedicato all'inverno, l'ultima fatica di Sting. La sua voce così personale affronta, in questo caso, temi cari a scrittori, musici, poeti e, aggiungerei, santi. La luce e l'oscurità, la nascita e la morte, il fuoco che avvicina gli uomini al calore protettore e la solitudine dei cuori. E ancora: il tempo della festa conviviale e quello, opposto, col suo carico di nostalgie e, in tanti casi, di tristezza.
Ma c'è anche la nascita di Cristo, fatto-mito fondante di questo mondo d'oggi, che va ad innestarsi sui riti pagani ed ancestrali di vita e di morte, legati al ciclo delle stagioni, quando il sole -e il morale- sono così bassi all’orizzonte che non possono che risalire. Di nuovo in circolo: nascita, morte, risurrezione.
E' curioso come gli estremi, più che toccarsi, in questo lavoro, si sfidino. Ed è nel mezzo di questo duello di opposti, che si pone l'artista, novello Demiurgo platonico, tra l'umano ed il divino, tra la Terra malata ed imperfetta e l'Universo puro e cristallino che inizia proprio “al di là della Luna”.
Abbandonando i panni della pop-star Sting si ripropone, in versione acustica, in una dimensione etimologicamente popolare, cercando, tra consolazioni religiose e miti tribali, un senso all'esistenza.
Versi del profeta Isaia, metafore della rosa (Vergine e Cristo ma anche corpo ed anima dell'amata), antiche arie dalle isole britanniche, cantilene medioevali e mottetti natalizi, temi da Johann Sebastian Bach, Henry Purcell, Franz Schubert, una poesia di Robert Louis Stevenson uniti a spunti personali fanno di questo CD una riflessione profonda sull’ “inverno del nostro scontento”.
Apprezzo come l’artista riesca a sfiorare abissi di retorica senza mai scivolarci dentro, complici un gruppo di eccellenti collaboratori alcuni dei quali autentici cultori del genere. Indubbiamente un CD che si ascolta -e si riascolta- con estremo piacere. E per rispondere alla domanda iniziale: sistemiamo, senza dubbio alcuno, “If on a Winter Night” sullo scaffale delle cose belle.
Marco Lorenzo Faustini
If on a Winter Night...
2009 UMG Recordings
"Ed ora dove mettiamo il CD di Sting?". La domanda non è di facile risposta dato che, come spesso accade, essa ha a che vedere con la classificazione delle cose e, più difficile ancora, con quella delle idee, delle sensibilità e delle emozioni.
E' un disco dedicato all'inverno, l'ultima fatica di Sting. La sua voce così personale affronta, in questo caso, temi cari a scrittori, musici, poeti e, aggiungerei, santi. La luce e l'oscurità, la nascita e la morte, il fuoco che avvicina gli uomini al calore protettore e la solitudine dei cuori. E ancora: il tempo della festa conviviale e quello, opposto, col suo carico di nostalgie e, in tanti casi, di tristezza.
E' curioso come gli estremi, più che toccarsi, in questo lavoro, si sfidino. Ed è nel mezzo di questo duello di opposti, che si pone l'artista, novello Demiurgo platonico, tra l'umano ed il divino, tra la Terra malata ed imperfetta e l'Universo puro e cristallino che inizia proprio “al di là della Luna”.
Abbandonando i panni della pop-star Sting si ripropone, in versione acustica, in una dimensione etimologicamente popolare, cercando, tra consolazioni religiose e miti tribali, un senso all'esistenza.
Versi del profeta Isaia, metafore della rosa (Vergine e Cristo ma anche corpo ed anima dell'amata), antiche arie dalle isole britanniche, cantilene medioevali e mottetti natalizi, temi da Johann Sebastian Bach, Henry Purcell, Franz Schubert, una poesia di Robert Louis Stevenson uniti a spunti personali fanno di questo CD una riflessione profonda sull’ “inverno del nostro scontento”.
Apprezzo come l’artista riesca a sfiorare abissi di retorica senza mai scivolarci dentro, complici un gruppo di eccellenti collaboratori alcuni dei quali autentici cultori del genere. Indubbiamente un CD che si ascolta -e si riascolta- con estremo piacere. E per rispondere alla domanda iniziale: sistemiamo, senza dubbio alcuno, “If on a Winter Night” sullo scaffale delle cose belle.
Marco Lorenzo Faustini
2009/12/01
Arturo Benedetti Michelangeli: Schumann & Debussy
Arturo Benedetti Michelangeli
Robert Schumann (1810-1856)
Concerto for Piano and Orchestra in A minor, op. 54
Orchestre de Paris * Daniel Barenboim
Claude Debussy (1862-1918)
Images
Deutsche Grammophon (2009) 477 8569
La Deutsche Grammophon ci propone un interessante CD con due registrazioni inedite del grande Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995): la prima, quella relativa al concerto di Schumann, è del 1984, la seconda del 1982.
Del Concerto in la minore di Schumann gli appassionati di ABM conosceranno senz'altro la storica incisione del 1942 (Teatro Alla Scala) sotto la direzione di Pedrotti. Il concerto, composto nel 1845, è il quarto tentativo dell'inquieto compositore tedesco, dopo tre progetti mai completati (anche Schumann era artista sempre umilmente alla ricerca della perfezione). Quest'opera ha una gestazione complessa nascendo da una "Fantasia" composta nel 1841 che, su insistenza della moglie Clara, fu sviluppata fino a divenire un concerto completo. La prima, che si tenne a Lipsia nel 1846, fu interpretata al piano da Clara stessa, sotto la direzione di Ferdinand Hiller.
La coppia Barenboim-ABM riesce a districare il complesso, innovativo rapporto tra pianoforte ed orchestra lasciando che l'ariosità delle parti soliste si sposi con fluidità nell'articolato tessuto strumentale. Dal primo, possente accordo orchestrale che funge da 'incipit' all' "Allegro affettuoso" all' "Intermezzo" all' "Allegro finale" ascoltiamo una splendida registrazione che, tra l'altro, ha il pregio di essere un'esecuzione dal vivo.
E' uno Schumann sofferto, dunque, con il quale il rigoroso pianista bresciano si è confrontato a lungo, come abbiamo visto, nel corso di decenni. Si è scritto pure che Edvard Grieg (1843-1907) si ispirò a quest'opera per il suo concerto per pianoforte e orchestra, anche questo nella medesima tonalità, anche questo tra i più amati da ABM.
La seconda parte del CD è dedicata a quattro immagini di Claude Debussy. E' lasciato al piano solo descrivere quel mondo sognante e distaccato (il termine 'impressionismo' è quanto mai inadeguato a rappresentare l'universo debussiano). Le "Images" qui interpretate sono soprattutto mentali, proiezioni oniriche di un'arte che è, alla fine, rappresentazione dell'inquietudine (e dunque quanto mai attuale). Il loro ascolto impegna a fondo la nostra mente e ancor di più la nostra immaginazione. E' una musica dove l'attimo è il despota assoluto. Lo si afferra o non lo si afferra. Piace o non piace.
Ancora una volta ABM si propone in assoluta trasparenza rispetto al testo originale, riuscendo a trasmettere il respiro debussiano, quel senso impalpabile di scie nell'acqua che durano il tempo di uno sguardo. Sta soltanto a noi, a questo punto, captarne l'intrinseca, dolorosa bellezza.
Marco Lorenzo Faustini
Robert Schumann (1810-1856)
Concerto for Piano and Orchestra in A minor, op. 54
Orchestre de Paris * Daniel Barenboim
Claude Debussy (1862-1918)
Images
Deutsche Grammophon (2009) 477 8569
La Deutsche Grammophon ci propone un interessante CD con due registrazioni inedite del grande Arturo Benedetti Michelangeli (1920-1995): la prima, quella relativa al concerto di Schumann, è del 1984, la seconda del 1982.
Del Concerto in la minore di Schumann gli appassionati di ABM conosceranno senz'altro la storica incisione del 1942 (Teatro Alla Scala) sotto la direzione di Pedrotti. Il concerto, composto nel 1845, è il quarto tentativo dell'inquieto compositore tedesco, dopo tre progetti mai completati (anche Schumann era artista sempre umilmente alla ricerca della perfezione). Quest'opera ha una gestazione complessa nascendo da una "Fantasia" composta nel 1841 che, su insistenza della moglie Clara, fu sviluppata fino a divenire un concerto completo. La prima, che si tenne a Lipsia nel 1846, fu interpretata al piano da Clara stessa, sotto la direzione di Ferdinand Hiller.
La coppia Barenboim-ABM riesce a districare il complesso, innovativo rapporto tra pianoforte ed orchestra lasciando che l'ariosità delle parti soliste si sposi con fluidità nell'articolato tessuto strumentale. Dal primo, possente accordo orchestrale che funge da 'incipit' all' "Allegro affettuoso" all' "Intermezzo" all' "Allegro finale" ascoltiamo una splendida registrazione che, tra l'altro, ha il pregio di essere un'esecuzione dal vivo.
E' uno Schumann sofferto, dunque, con il quale il rigoroso pianista bresciano si è confrontato a lungo, come abbiamo visto, nel corso di decenni. Si è scritto pure che Edvard Grieg (1843-1907) si ispirò a quest'opera per il suo concerto per pianoforte e orchestra, anche questo nella medesima tonalità, anche questo tra i più amati da ABM.
La seconda parte del CD è dedicata a quattro immagini di Claude Debussy. E' lasciato al piano solo descrivere quel mondo sognante e distaccato (il termine 'impressionismo' è quanto mai inadeguato a rappresentare l'universo debussiano). Le "Images" qui interpretate sono soprattutto mentali, proiezioni oniriche di un'arte che è, alla fine, rappresentazione dell'inquietudine (e dunque quanto mai attuale). Il loro ascolto impegna a fondo la nostra mente e ancor di più la nostra immaginazione. E' una musica dove l'attimo è il despota assoluto. Lo si afferra o non lo si afferra. Piace o non piace.
Ancora una volta ABM si propone in assoluta trasparenza rispetto al testo originale, riuscendo a trasmettere il respiro debussiano, quel senso impalpabile di scie nell'acqua che durano il tempo di uno sguardo. Sta soltanto a noi, a questo punto, captarne l'intrinseca, dolorosa bellezza.
Marco Lorenzo Faustini
2009/11/27
Concerto Italiano: Giuliano Carmignola e Venice Baroque Orchestra
Giuliano Carmignola (Treviso, 1951) è andato a selezionare un repertorio di concerti per violino composti da autori che non hanno, ai nostri giorni, la fama di un Vivaldi o di un Tartini. Eppure essi furono molto conosciuti ed apprezzati al loro tempo, soprattutto per il loro virtuosismo.
Gli autori in questione (Dall'Oglio, Stratico, Nardini e Lolli) sono vissuti in quel periodo del Barocco che 'scivola' lentamente ed inevitabilmente nel periodo del Classico.
Pietro Nardini (1722-1793) livornese di nascita, allievo di Tartini, fu violino solista, nel 1753, presso la Corte di Stoccarda dopo un periodo itinerante che lo vide esibire il proprio virtuosismo tra Italia e Germania.
Michele Stratico (1728- 1782) appartenne al gruppo di musicisti che collaborarono, a Padova, con Tartini.
Domenico Dall'Oglio (1700-1764) veneziano di nascita, fu probabilmente allievo del Vivaldi presso la Chiesa della Pietà.
Antonio Lolli (1725-1802), che lavorò in San Pietroburgo presso la corte di Caterina la Grande, fu considerato una sorta di precursore del virtuosismo strumentale che troverà in Niccolò Paganini il suo massimo rappresentante. Il concerto qui registrato è, a detta di Carmignola, estremamente impegnativo a livello tecnico. Non per questo mancano passaggi di intenso lirismo, specie nell'Adagio.
La ricerca e la selezione del materiale qui presentato, in gran parte mai registrato, è stata effettuata da Carmignola assieme ad Olivier Fourés, ricercatore e studioso del Barocco. La registrazione, molto accurata, è stata eseguita in Dobbiaco, nel marzo del 2009; il solista, impeccabile nell'esecuzione, è accompagnato dal Venice Baroque Orchestra diretto da Andrea Marcon, altro specialista in musica antica.
Insomma: sedici musicisti che riescono a riportare in luce un repertorio minore ma non per questo meno stimolante. Assolutamente consigliabile!
Marco Lorenzo Faustini
Concerto Italiano
Carmignola | Venice Baroque Orchestra | Marcon
Archiv Produktion 477 6606
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