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2008/08/17

L'Asino e il Flauto


Buttato in un campo giaceva, ormai da molto tempo, un Flauto che nessuno suonava più fino al giorno in cui l'Asino, che passeggiava di lì, sbuffò con forza su di esso facendogli produrre il suono più dolce di tutta la propria esistenza, e con questo mi riferisco sia a quella dell'Asino che del Flauto.

Incapaci di comprendere quel che era successo, dato che la razionalità non era proprio il loro punto forte anche se entrambi alla razionalità credevano, essi si separarono impauriti, vergognosi dell'atto più bello che sia l'uno che l'altro avevano prodotto nell'arco di tutta la propria meschina esistenza.

liberamente tradotto da "La Oveja Negra y demás fábulas" di Augusto Monterroso

 

2008/08/01

La Pecora Nera


In un paese lontano visse, molti anni fa, una Pecora Nera.


Fu fucilata.


Un secolo dopo il gregge, pentito, le elevò una statua equestre che fece un'ottima figura nel parco.


Così, negli anni successivi, ogni volta che apparivano pecore nere queste venivano rapidamente passate per le armi affinché le future generazioni di pecore comuni potessero anche esercitarsi nell'arte della scultura.



liberamente tradotto da "La Oveja Negra y demás fábulas" di Augusto Monterroso

2006/05/08

La venticinquesima ora

Monty chiude la porta del piccolo bagno e siede sulla tavoletta del water. Qualcuno ha scritto "fottiti" con un pennarello color argento sopra il porta rotolo. Certo, pensa. E fottiti pure tu. Fottetevi tutti. La hostess francese, i commensali che sorseggiano vino, i camerieri che prendono gli ordini. Si fotta questa città e tutti quanti con lei. I mendicanti, che sogghignan agli angoli delle strade implorando qualche spicciolo. I Sikhs in turbante e i Pakistani puzzolenti che lanciano i loro taxi gialli lungo i viali. I finocchi di Chelsea, coi loro toraci impomatati e i loro bicipiti pompati. Si fottano tutti. I fruttivendoli coreani con le loro piramidi di frutta sovraprezzo, i loro tulipani e le loro rose incellophanate. Nigeriani in abiti chiari che vendono Gucci contraffatti sulla Fifth Avenue. Russi di Brighton Beach che bevono thè dai loro bicchieri, con zollette di zucchero incastrate tra i denti. Si fottano. Hassidim dai cappelli neri nelle loro lercie tenute di gabardine, che vendono diamanti sulla 47a strada e contano i loro soldi aspettando il Messia… Broker di Wall Street, compiaciuti e improfumati, che leggeno i loro giornali ripiegati nelle vetture della metropolitana. I punk di Washington Square Park sugli skateboard, con le loro catene penzolanti che tintinnano ogni volta che saltano l' ostacolo. I Portoricani, con le bandiere sventolanti e le radio ululanti dai finestrini aperti delle loro auto. Gli Italiani di Bensonhurst coi oro capelli brillantinati, i loro vestiti di nylon surriscaldati e i medaglioni con S. Antonio. Le mogli di Upper East Side, dalle labbra siliconate e i visi liftati, con i loro foulard di Hermes e i carciofi comprati da Balducci. Si fottano i fratelli di uptown, che non passano mai palla, che non giocano in difesa, e che tirano a cesto sempre con quattro passi. Si fottano i liceali che fumano tabacco nella cucina di babbo mentre il loro vecchio vola verso Tokyo. Si fotta la polizia, bulli in divisa blu con la loro baldanza da colli taurini, sfrecciando tra semafori rossi per arrivare primi alla gelateria…. Si fotta Jacob Elinsky, quel'omuncolo che frigna. Si fotta Frank Slattery, sempre a fissare il culo della mia ragazza. Si fotta Naturelle Rosario, che resta libera mentre io me ne vado. Si fotta Kostya Novotny; mi sono fidato di lui e lui mi ha venduto. Si fotta mio padre solo nella camera oscura, appendendo stampe bagnate in bella fila. Si fotta mia madre, che marcisce sotto la neve. Si fotta Gesù Cristo, che se n'è andato alla svelta, un pomeriggio sulla croce, un weekend all'inferno e poi l'alleluia di legioni di angeli. Si fotta questa città e tutti quelli che ci stanno dentro, dalle case in prima fila di Astoria ai duplex di Pak Avenue, dalle architetture di Brownsville ai loft di Soho, dal Bellevue Hospital alle case popolari di Alfabeth City fino alle arenarie di Park Slope, che gli Arabi radano tutto al suolo.; che le acque sommergano questo buco di topi impazziti; che un terremoto scuota i grattacieli, che il fuoco regni incontrastato; che bruci, che bruci che bruci, E fottiti tu, Montgomery Brogan, tu che l'hai provocato.
Qualcuno sta bussando alla porta e Monty si alza, si avvicina al lavabo e si lava le mani. Osserva la sua faccia nello specchio. Con tutto il buono che c'era, pensa. Occhi verdi, zigomi alti, naso dritto, denti d'un bianco perfetto. Un bel ragazzo bianco. Occhi, zigomi, naso, denti. Bussano ancora alla porta. E Monty sa quello che deve fare. "Fottiti", sussurra, e dice addio al volto nello specchio.

"The 25th hour", David Benioff, 2000

2006/03/24

Lo stanziamento














Lo stanziamento
di Mario Benedetti


Presso il nostro ufficio vigeva il medesimo stanziamento dall’ anno millenocecentoventie-passa, ossia da un’epoca in cui la gran parte di noi stava ancora combattendo con la geografia e le frazioni. Ciononostante il Capo si ricordava dell’avvenimento e a volte, quando il lavoro rallentava, si sedeva familiarmente su una delle nostre scrivanie e, con le gambe penzoloni che mostravano, sotto i pantaloni, immacolati calzini bianchi, ci relazionava con le consuete cinquecentonovantotto parole di rito, su quel lontano magnifico giorno in cui il suo Capo – egli era allora Primo Funzionario – battendogli la spalla aveva detto: “Giovane, abbiamo un nuovo stanziamento”, col sorriso ampio e soddisfatto di chi ha già calcolato quante camicie potrà acquistare con l’aumento.
Un nuovo stanziamento era la massima ambizione di un ufficio pubblico. Noi sapevamo che altre dipendenze con personale più numeroso della nostra avevano ottenuto uno stanziamento ogni due o tre anni. E le osservavamo, dalla nostra piccola isola amministrativa, con la stessa disperata rassegnazione con cui Robinson vedeva sfuggire le navi all’orizzonte, sapendo che era altrettanto inutile lanciare segnali come pure provare invidia. La nostra invidia o i nostri segnali sarebbero serviti a ben poco, poiché neppure negli anni d’oro superavamo i nove impiegati, ed era logico che nessuno si interessasse ad un ufficio così insignificante.
Siccome sapevamo che nessuno al mondo avrebbe accresciuto il nostro budget, circoscrivevamo la nostra speranza ad una progressiva riduzione delle uscite che, sulla base di un cooperativismo rudimentale, era stata in buona parte realizzata. Io, ad esempio, pagavo la yerba[1]; il Primo Ausiliario il tè pomeridiano; il Secondo Ausiliario lo zucchero; il pane tostato il Primo Funzionario e il Secondo Funzionario il burro; le due dattilografe e il portiere erano esonerati, però il Capo, che guadagnava qualcosa in più, pagava il giornale che poi leggevamo tutti.
I nostri passatempi individuali si erano ridotti in misura analoga. Andavamo al cinema una volta al mese, facendo attenzione ad assistere a pellicole diverse, in modo che poi raccontandole, in ufficio, fossimo tutti aggiornati sulle ultime uscite.
Avevamo esasperato il culto dei giochi di cervello, come la dama e gli scacchi, che costavano poco e facevano passare il tempo senza sbadigli. Giocavamo dalle cinque alle sei, quando era ormai impossibile che arrivassero nuove pratiche, dato che l’avviso allo sportello avvertiva che dopo le cinque non si accettavano “richieste”. Lo avevamo letto tante di quelle volte, quel cartello, che non sapevamo più chi lo avesse scritto, né che cosa significasse la parola “richiesta”. Alle volte veniva qualcuno a chiedere il suo codice di “richiesta”. Noi gli davamo quello di pratica e il tipo se ne andava soddisfatto. Così, in qualche modo, una “richiesta” poteva essere, se vogliamo, una pratica.
Tutto sommato la vita che passavamo lì non era malvagia. Ogni tanto il Capo si sentiva obbligato ad illustrarci i vantaggi della pubblica amministrazione rispetto all’iniziativa privata, anche se qualcuno fra noi riteneva che fosse ormai un po’ tardi, per lui, per pensarla in altro modo.
Uno dei temi era quello della sicurezza. Sicurezza che non ci lasciassero disoccupati. Perché potesse capitare una cosa del genere occorreva che si riunissero i senatori, ma noi sapevamo che i senatori a malapena si incontrano per interpellare un Ministro. Cosìcche, da questo punto di vista, il Capo aveva ragione. La sicurezza c’era. Era pur vero però che c’era anche la certezza che mai avremmo avuto un aumento tale da permetterci di comprare un soprabito in contanti. Però il Capo, che neppure lui poteva acquistarlo, osservava che non era certo quello il momento di mettersi a criticare il lavoro e meno che meno il nostro. E, come sempre, aveva ragione.
Ma quella pace ormai quasi definitiva che regnava presso il nostro ufficio, che ci lasciava piccini piccini come piccini erano i nostri destini, e quasi intontiti per l’assoluta mancanza d’insonnia, fu bruscamente spezzata dalla notizia che recò il Secondo Funzionario. Questi era nipote di un Primo Funzionario del Ministero e risultava che costui - sia detto ciò col dovuto rispetto e senza nessun malanimo - aveva saputo che colà si parlava di un nuovo stanziamento per il nostro ufficio. Ma dato che, di primo impatto, non sapevamo chi fosse (o fossero) a parlarne, ci limitammo a sorridere con quell’ironia patinata delle occasioni particolari, come se il Secondo Funzionario fosse uscito leggermente di senno, o come se ritenessimo che quell’altro, lo zio, ci prendesse per fessi. Però quando si seppe che, sempre a detta del tipo, quell’altro era il Segretario stesso, ossia l’alter ego del Ministro, sentimmo immediatamente che nelle nostre vite da settanta pesos qualcosa stava per cambiare, come se un’invisibile mano avesse infine stretto quella fra le nostre viti che risultava allentata, come se avessero, d’improvviso, liberato a suon di battipanni, tutta la rassegnazione ed il fatalismo.
Nel mio caso, la prima cosa che mi sovvenne di pensare e pronunciare fu “penna stilografica”. Fino a quel momento non lo avevo saputo, di voler comperare una penna stilografica, però non appena il Secondo Funzionario scoperchiò di colpo, con questa notizia, quell’enorme futuro che includeva tutto il possibile e l’immaginabile, per quanto remoto esso fosse, immediatamente estrassi da chissà quale anfratto dei miei desideri una penna stilografica di color nero col cappuccio d’argento ed il mio nome inciso. Dio solo sa in che momento questo desiderio si era radicato in me.
Vidi ed udii inoltre il Primo Ausiliario accennare ad una bicicletta, il Capo contemplare distrattamente il tacco consumato della sua scarpa e una delle segretarie disprezzare sdegnosamente la sua borsetta vecchia di un lustro.
Vidi ed udii come noi tutti iniziassimo subito a scambiarci i nostri progetti, senza che ci interessasse veramente quello che l’altro diceva, però avendo l’esigenza di trovare uno sfogo a tanta finora contenuta ed ignorata speranza. Vidi ed udii per di più come tutti decidemmo di festeggiare la buona novella finanziando, con la moneta di emergenza, un eccezionale pomeriggio a biscotti.
Quello - i biscotti - fu solo il primo passo. Poi fu la volta del paio di scarpe che si comprò il Capo. Dopo le scarpe la mia penna stilografica acquistata a mezzo di dieci cambiali. E dopo la mia stilografica il soprabito del Secondo Funzionario, la borsetta della Prima Dattilografa, la bicicletta del Primo Ausiliario. Dopo un mese e mezzo eravamo tutti indebitati e ansiosi.
Il Secondo Funzionario aveva recato altre notizie. In primo luogo che lo stanziamento era all’esame della Segreteria del Ministero. Poi che no. Che non era in Segreteria. Era in Economato. Però il Capo dell’Economato era ammalato e occorreva il suo parere. Noi tutti ci preoccupavamo per la salute di questo Capo di cui solo sapevamo che si chiamava Eugenio e che stava esaminando il nostro stanziamento. Avremmo voluto addirittura un bollettino quotidiano sul suo stato di salute. Ma avevamo solo diritto alle notizie disorientanti dello zio del nostro Secondo Funzionario. Il Capo dell’Economato peggiorava. Vivemmo una tristezza così prolungata che il giorno della sua scomparsa provammo, come i parenti di un’asmatico grave, una sorta di sollievo al pensiero di non doverci più preoccupare per lui. In verità diventammo egoisticamente allegri poiché questo significava la possibilità che rimpiazzassero il posto vacante e nominassero un altro responsabile che avrebbe esaminato il nostro stanziamento.
A quattro mesi dalla morte di don Eugenio fu nominato un nuovo responsabile dell’ Economato. Quel pomeriggio sospendemmo la partita a scacchi. Il Capo si mise a fischiettare un’aria dell’ ”Aida” e noi divenimmo, per un motivo o per l’altro, così nervosi che dovemmo uscire per qualche minuto a guardare le vetrine. Al ritorno ci attendeva una novità. Lo zio aveva fatto sapere che il nostro stanziamento non era mai stato al vaglio dell’Economato. C’era stato un errore. Di fatto non era mai uscito dalla Segreteria. Questo comportò un notevole annebbiamento della nostra visuale. Se lo stanziamento al vaglio fosse stato presso l’Economato la cosa non ci avrebbe allarmato. In fondo sapevamo che fino a quel momento non era stato preso in esame solo a causa della malattia del responsabile. Ma se era rimasto sempre in Segreteria, della quale il Segretario –cioè il suo massimo responsabile—godeva di perfetta salute, la sua giacenza non era dovuta a nulla e poteva trasformarsi in un’estrema dimora.
Lì iniziò il momento più critico del nostro disorientamento. In un primo momento ci guardavamo con l’espressione scoraggiata di circostanza. All’inizio ancora chiedevamo “Sanno qualcosa?”. Poi optammo per dire “E?” e finimmo per interrogarci solo a colpi di sopracciglia. Nessuno sapeva niente. E se qualcuno sapeva qualcosa era che lo stanziamento era ancora al vaglio della Segreteria.
A otto mesi dalla notizia originaria era già due mesi che la mia stilografica aveva cessato di funzionare. Il Primo Ausiliario si era rotto una costola a causa della bicicletta. Un ebreo era il nuovo proprietario dei libri che il Secondo Ausiliario aveva acquistato; l’orologio del Primo Funzionario ritardava di un quarto d’ora al giorno; le scarpe del Capo avevano già due mezze suole (una cucita, l’altra inchiodata) e il soprabito del Secondo Funzionario aveva i baveri consumati ed eretti come due “V”.
Una volta venimmo a sapere che il Ministro si era informato riguardo allo stanziamento. Entro una settimana, si pronunciò la Segreteria. Noi volevamo sapere cosa diceva la relazione, però lo zio non potè accedervi poiché il documento era marcato “strettamente confidenziale”. Ma noi pensammo che questa fosse una motivazione insensata, perché noi, per tutti i documenti che recavano etichette tipo “molto urgente”, “procedimento diretto”, “strettamente riservato” usavamo lo stesso trattamento riservato a quelli normali. Però, a quanto sembrava, presso il Ministero non utilizzavano le stesse procedure.
In un’altra occasione apprendemmo che il Ministro aveva parlato dello stanziamento con il Segretario. E dato che alle conversazioni non si apponeva nessuna etichetta particolare lo zio potè comprendere e ci riportò che il Ministro era d’accordo. Con cosa e con chi era d’accordo? Quando lo zio volle verificare questo secondo aspetto il Ministro non era più d’accordo. Allora, senza ulteriori spiegazioni, comprendemmo che il Ministro all’inizio era stato d’accordo con noi.
Un'altra volta apprendemmo che lo stanziamento era stato posticipato. Lo avrebbero discusso nella rinunione del successivo venerdi, però per i quattordici venerdi che seguirono quel “venerdi successivo” lo stanziamento non fu discusso. Allora iniziammo a controllare le date delle riunioni previste e ad ogni sabato ci ripetevamo: “Bene allora sarà il prossimo venerdi. Vediamo che succede”. E non succedeva nulla. Mai nulla di nulla.
Io ero già troppo preso a rimanere in piedi perché la stilografica aveva incrinato il mio ritmo economico e da allora non ero riuscito a recuperare il mio equilibrio. Per questo mi venne in mente che forse potevamo incontrare il Ministro.
Per vari pomeriggi fummo impegnati a provare il colloquio. Il Primo Funzionario faceva la parte del Ministro ed il Capo, che era stato designato, per acclamazione, a parlare a nome di tutti, gli presentava la nostra istanza. Quando fummo pronti chiedemmo udienza presso il Ministero e ce la concessero per il giovedì. Quel giovedì lasciammo dunque l’ufficio nelle mani di una dattilografa e del portiere e ce ne andammo a conversare col Ministro. Conversare con un Ministro non è la stessa cosa che conversare con una qualsiasi persona. Per conversare col Ministro occorre attendere due ore e mezza e a volte accade, come a noi accadde, che neppure dopo queste due ore e mezza si possa parlargli. Solo giungemmo al cospetto del Segretario che prese nota delle parole del Capo, di molto inferiori alla peggiore delle nostre prove, dove nessuno di noi balbettava, e tornò con la risposta del Ministro, che si sarebbe discusso del nostro stanziamento nella sessione del giorno seguente.
Quando -moderatamente soddisfatti- uscimmo dal Ministero, vedemmo che un’auto accostava al portone e il Ministro ne scendeva.
Ci sembrò un po’ strano che il Segretario ci avesse recato la personale risposta del Ministro senza che questi fosse presente. Però in realtà ci conveniva essere un po’ fiduciosi e tutti assentimmo con viva soddisfazione quando il Capo disse che sicuramente il Segretario aveva consultato il Ministro per telefono.
Il giorno seguente, alle cinque del pomeriggio, eravamo tutti piuttosto nervosi. Le cinque del pomeriggio era l’orario che ci avevano indicato per iniziare a chiamare. Avevamo lavorato molto poco; eravamo troppo inquieti perché le cose procedessero bene. Tutti tacevano. Il Capo non canticchiava neppure la sua aria. Lasciammo trascorrere sei minuti per pura prudenza. Poi il Capo compose il numero che tutti conoscevamo a memoria e chiese del Segretario. La conversazione durò assai poco. Tra i vari “Si”, “Ah, si” ,“Ah, certo” del Capo si intuiva il ronzio indistinto dell’altro. Quando il Capo riagganciò la cornetta tutti sapevamo già la risposta. Solo per averne conferma ci facemmo attenti: ”Sembra che oggi non abbiano avuto tempo. Però il Ministro dice che lo stanziamento sarà discusso senz’altro nella sessione del prossimo venerdi”. (1949)

[1] Un’erba da infusione largamente utilizzata in Sud America, specie in Argentina (NdT)

traduzione Marco Lorenzo Faustini 2000
foto Marco Lorenzo Faustini 2006

2006/03/22

Uno su tre


Uno su tre

di Augusto Monterroso

Preferisco conoscere persone disponibili ad ascoltare le mie vicende piuttosto
che a narrarmi le proprie.
Plauto


Ho già previsto che Lei resterà sorpreso nel ricevere questa mia. E’ probabile, inoltre, che Lei la prenda, in un primo momento, come uno scherzo di cattivo gusto, e sono quasi certo che il Suo primo impulso sarà quello di strapparla o gettarla via. Eppure difficilmente potrebbe cadere in un errore più grave. Vada aggiunto, comunque, a Sua discolpa, che Lei non sarebbe né il primo a commetterlo né l’ultimo a pentirsene.

Glielo dirò in tutta franchezza: Lei mi fa pena. Però tale sentimento non solo è del tutto naturale, ma è anche in coerenza con i Suoi desideri. Lei appartiene a quella silenziosa porzione di umanità che ritrova nell’altrui commiserazione un lenitivo ai propri dolori. La prego di tranquillizzarsi: il Suo caso non ha nulla di particolare. Uno su tre non cerca altra cosa, pur se nelle modalità più difformi. C’è chi si lamenta di un male tanto crudele quanto immaginario, chi si presenta corrucciato a causa del fardello gravoso delle faccende domestiche, chi pubblica versi lamentosi (poco importa se buoni o meno) tutti implorano, nell’interesse dei più, un poco di quella compassione che non osano prodigare a sé stessi.

Ma lei è più orgoglioso: disdegna mettere in versi la Sua amarezza, recupera, con elegante decoro, lo spreco di energia che la vita quotidiana Le richiede, non simula malattie. Semplicemente racconta la Sua storia e, quasi facendo un favore ai Suoi gentili amici, chiede loro consigli pur se con l’oscuro intendimento di non seguirli.
Le interesserà sapere come mi sia accorto di questo Suo problema. Niente di più facile: è il mio lavoro. Presto Le rivelerò in cosa esso consista.
Proseguo. Tre giorni fa, sotto un sole mattutino poco comune, Lei prese un autobus all’angolo tra Reforma e Sevilla. Spesso le persone che utilizzano tali automezzi lo fanno con un’espressione infastidita e si stupiscono al ritrovare, al loro interno, un volto conosciuto. Che differenza nel Suo caso! Mi fu sufficiente vedere il luccichio con cui brillarono i Suoi occhi nello scoprire una faccia nota tra i passeggeri sudaticci ed avere la conferma di essermi imbattuto in uno dei miei clienti.
Obbedendo ad un modus operandi professionale aguzzai l’udito. E in effetti Lei non aveva neppure finito di compiere il rito formale dei saluti che già iniziava il racconto delle Sue disgrazie. Allora non ebbi più dubbi. Lei espose le Sue vicende in una maniera tale che era facile accorgersi che il Suo amico aveva ascoltato le medesime confidenze neppure ventiquattr’ore prima. SeguirLa per tutto il giorno fino a individuare la Sua residenza fu, come sempre, la parte del mio lavoro che, vorrei sapere perché, svolgo con maggior piacere.
Ignoro se tutto ciò La abbatterà o La rallegrerà; però mi vedo obbligato a ripeterLe che il suo non è un caso patologico. Le vado ad esporre, in due parole, lo stato dell’arte della sua situazione. E se, anche se ne dubito, dovessi sbagliarmi, tale errore non sarà che l’eccezione di una regola altrimenti infallibile.
Lei soffre di uno dei mali più comuni tra il genere umano: il bisogno di comunicare coi propri simili. Da quando iniziò a parlare l’uomo non ha incontrato nulla più gratificante che un’amicizia capace di ascoltarlo con interesse, sia per le vicende dolorose che per quelle liete. Neppure l’amore riesce ad eguagliare tale sentimento. C’è chi si accontenta di un solo amico. Ne esistono di quelli cui non ne basterebbero mille. Lei appartiene a questa seconda categoria, e da questa appartenenza derivano sia il Suo problema che il mio lavoro.
Giurerei che Lei iniziò riferendo, a un amico intimo, su un Suo dilemma amoroso, che questi La ascoltò con attenzione fino alla fine e Le propose le soluzioni che ritenne più opportune. Ma Lei, e da qui inizia una schiavitù senza prospettive, non considerò quelle soluzioni come adeguate. Se quello Le propose di tagliare nettamente, alla radice, Lei trovò più di un motivo per non considerare la battaglia come perduta; se al contrario il consiglio fu di continuare l’assedio fino a conquistare il campo, Lei affogò nel pessimismo, vide tutto nero, perduto. Di lì a cercare rimedio in altre persone il passo è breve. Quante volte, amico, quante volte?
Intraprese, dunque, uno speranzoso pellegrinaggio, fino ad consumare la rubrica di indirizzi. Inoltre tentò (con risultati crescenti) di intavolare nuove relazioni per poter affrontare il tema. Non c’è da stupirsi che presto Lei si accorse che la giornata è composta da 24 ore soltanto, e che questo fattore giocava contro di lei. Ciò le impose di moltiplicare i mezzi di locomozione e pianificare gli orari con una precisione millimetrica. Le venne in soccorso l’uso sistematico del telefono che allargò, è certo, la cerchia delle Sue conoscenze; però questo metodo antiquato è comunque ancora un lusso, e il settanta per cento di quelli che Lei vuol mantenere al corrente non dispone ancora di questa novità dai dubbiosi vantaggi.
Non contento di notti passate in veglia oppure insonni Lei iniziò a levarsi all’alba per guadagnare un tempo sempre più sfuggente e perduto. La scarsa attenzione alla Sua igiene personale divenne fatto notorio: Le crebbe una barba ispida; i Suoi pantaloni, un tempo impeccabili, furono aggrediti da innumerevoli macchie, e una grigia polvere appesantì le Sue calzature. Le sembrò ingiusto, anche se dovette accettarlo, che anche alzandosi, al mattino, ricolmo d’entusiasmo, scarseggiassero amici disponibili a condividere tale Sua veemenza mattiniera. E così, c’è bisogno di dirlo?, è arrivato il momento ineludibile in cui Lei risulta fisicamente incapace di mantenere bene informata l’ampia cerchia delle Sue relazioni sociali.
Quel momento è il mio momento. Per una modesta somma mensile, Le offro la soluzione migliore : se Lei accetta – e Le posso assicurare che lo farà perchè non troverà alternative – relegherà all’oblio quel vagare incessante, i pantaloni impataccati, la polvere, la barba, le faticose telefonate.
In breve: sono in grado di metterLe a disposizione una stazione radiofonica specializzata. Dispongo, infatti, di quindici minuti che si sono resi liberi (a causa della prematura scomparsa di un cliente rovinato dalla Riforma Agraria) che, considerando il procedere delle Sue vicende, saranno più che sufficienti a tenere al corrente i Suoi amici, non giorno dopo giorno ma minuto dopo minuto, riguardo al Suo caso appassionante.
Ritengo inopportuno numerarLe i vantaggi del mio metodo. Ciò nonostante gliene voglio perlomeno insinuare qualcuno.
1° L’effetto rilassante sul sistema nervoso è già garantito dal primo giorno.
2° La discrezione è garantita. Anche se la Sua voce sarà ricevuta da un qualsiasi possessore di apparato radio ritengo improbabile che persone estranee alle Sue amicizie vogliano ascoltare confidenze di cui ignorano gli antefatti. E ciò ci permette di scartare ogni possibilità di curiosità insana.
3° Molti dei suoi amici (che ora ascoltano con disinteresse la versione dal vivo) si appassioneranno all’audizione radiofonica non appena Lei farà riferimento ai loro nomi, direttamente o in forma più allusiva.
4° Tutti i suoi conoscenti saranno tenuti al corrente nel medesimo tempo dei medesimi fatti: caratteristica che evita gelosie e lamentele, poiché solo una dimenticanza, o un rischioso difetto nell’apparato potrebbero lasciare qualcuno in lieve ritardo rispetto agli altri. Per eliminare tale deprimente svantaggio ogni trasmissione inizia con un breve riassunto delle puntate precedenti.
5° La trasmissione è di maggiore interesse e varietà e può arricchirsi, quando lo si reputi opportuno, con didascaliche selezioni di arie di belcanto (non mi dilungherò sulla ricchezza emotiva di quello italiano) o selezioni di grandi autori. Un sottofondo musicale adatto è obbligatorio per regolamento. Inoltre è a disposizione del cliente un’ampia discoteca che raccoglie finanche i più incredibili rumori che l’uomo e la natura riescono a produrre.
6° Il narratore non vede in volto i suoi ascoltatori, e ciò evita qualsiasi forma di inibizione, sia per sé che per il pubblico.
7° Essendo la trasmissione cadenzata a ritmo diario e per un quarto d’ora, il confidente dispone di ben ventitre ore e tre quarti per preparare i testi, evitando, in tal modo, fastidiose incongruenze e involontarie dimenticanze.
8° Se la trasmissione avesse successo e il numero di amici e conoscenti si sommasse a quello di spontanei ascoltatori non sarebbe difficile trovare un’azienda interessata, e ciò unirebbe, ai vantaggi già considerati, una certa garanzia monetaria che, divenendo cospicua, schiuderebbe la possibilità di assorbire le ventiquattro ore della giornata e convertire così una modesta trasmissione di quindici minuti in un ininterrotto programma di durata perpetua. La mia onestà mi obbliga a confessare che finora non si è mai verificato un caso simile; però perchè non attendercelo dal Suo talento?
Questo è un messaggio di speranza. Abbia fede. Per l’immediato pensi a questo: il mondo è popolato di esseri come Lei. Sintonizzi il suo radioapparato esattamente sui 1373 kilocicli, sulla banda dei 720 metri. A qualsiasi ora del giorno e della notte, d’inverno o d’estate, col sole o la pioggia potrà ascoltare le voci più diverse e inattese, però anche dense di malinconica serenità: quella di un capitano che riferisce, da più di quattordici anni, di come affondò la sua nave sotto la tormenta senza che egli si decidesse a compartirne il destino; quella di una donna meticolosa che smarrì il suo unico figlio nell’affollata notte del 15 settembre; quella del delatore tormentato dal rimorso; quella di un ex dittatore centroamericano; quella di un ventriloquo. Tutti a raccontare, interminabilmente, la propria storia, tutti a chiedere l’altrui compassione.

traduzione Marco Lorenzo Faustini - maggio 1999

foto Marco Lorenzo Faustini -maggio 2005