2006/07/05

Antropologia del Palio


Li vedo arrivare, i due fantini, scambiandosi generose nerbate l’uno contro l’altro, la curva di San Martino, gli animali inclinati contro la banale e un po’ borghese legge di gravità.

Mai stati così lontani dalla retorica dell’importante è partecipare, del vinca il migliore.

Vince il migliore, nella vita reale? Il più bravo, il più preparato, il più serio, il più corretto?

O vince lo sgomitatore professionista, il ruffiano, il raccomandato, quello senza nessuno scrupolo morale, l’arrivista (o la arrivista) disposto a tutto?

E le guerre? Le vincono gli eroi a cavallo, la spada sguainata, o quelli col napalm e i caccia, i missili, le bombe intelligenti, i satelliti spia?

Il Palio è un'esatta metafora della vita, perlomeno di un certo modo di intendere la vita: qui chi partecipa vuole soltanto vincere, e chi arriva secondo è come se non fosse mai arrivato.

Del resto che importanza ha arrivare secondi alle elezioni del Presidente? Secondi al concorso (truccato) per un solo posto di ricercatore alla IIIa Università? Secondi al campionato di serie C1?

Qui al Palio o ti butti nella mischia e combatti a sangue oppure fai come me, l’esteta, e ti godi il turbinio dei colori, delle bandiere, il campanone che suona, a morto, un rituale che, in fondo, è un inno alla vita…

2 commenti:

Rumenta ha detto...

Dimentichi che al palio è anche una vittoria vedere perdere il proprio nemico.

Biankaiser ha detto...

Ed è l'unica gara al mondo dove chi vince paga!