2008/07/16

Steve Kuhn Trio






Steve Kuhn Trio
Roma, Parco della "Casa del Jazz"
11 luglio 2008

Steve Kuhn, pianoforte
David Finck, contrabbasso
Joey Baron, batteria

E' la semplice, quasi scolastica sequenza delle note del "Big Ben" di Londra a fare da introduzione al primo brano "If I were a Bell" (dal musical di Frank Loesser "Guys and Dolls" in Italia noto come "Bulli e Pupe"). Segue una serie di bellissimi accordi a darci quasi un'anteprima del concerto al quale assisteremo. Ossia: brani non particolarmente complessi ma molto ben armonizzati ed arrangiati.

Tra l'altro: la serata, qui al Parco della Casa del Jazz, è bellissima. Steve Kuhn (Brooklin, 1938) porta bene i suoi settant'anni e stasera è particolarmente cordiale di fronte a un pubblico accorso numeroso e molto attento.

Kuhn è forse un artista un po' sotto quotato; a parte le molte collaborazioni del passato (da John Coltrane, Kenny Dorham, Stan Getz, Art Farmer, Miroslav Vitous fino a Sheila Jordan) Steve lavora da decenni anche con progetti suoi e sempre con partner di alto, se non altissimo, profilo.

L'ultima volta che mi è capitato di ascoltarlo era, tanto per non far nomi, con Eddie Gomez e Billy Drummond; in uno dei suoi ultimi CD (Live at Birdland, 2007) suonava con Ron Carter ed Al Foster. E questa sera troviamo, ad accompagnarlo, David Finck e Joey Baron, due artisti con i quali Steve ha sia registrato che suonato spesso dal vivo.

Come definire il pianismo di Steve Kuhn? Direi, in due parole, raffinato ed elegante. Una sicurezza, una garanzia sia per chi promuove i suoi show (dalla Norvegia al Giappone) che per il pubblico. Un fraseggio sempre dosato, calibrato, capace di dare emozioni ma senza mai strafare.

Kuhn è quel tipo di artista che ascolti sempre volentieri. Discreto ma vivace mette sempre l'ascoltatore in grado di apprezzare quel suo fraseggio mai scontato, la sua concentrazione ed il bel suono d'insieme che riesce sempre ad ottenere dalle sue formazioni.

E così trascorrono, in scioltezza, due ore di ottima musica; scivolano, una dopo l'altra, canzoni come "Like Someone In Love" (Van Heusen & Burke), "Passion Flower" (Billy Strayhorn), "New Valley" (David Finck), "Super Jet" (Tadd Dameron), "Permanent Wave" (Carla Bley), "I Thought About You" (una bellissima ballad di Mercer & Van Heusen), "Ocean In the Sky" (Steve Kuhn) , "The Zoo" (Steve Kuhn).

Il concerto è tutto in crescendo, muovendo da brani più noti ai jazzofili fino ad arrivare a composizioni originali nelle quali il gruppo esprime veramente tutta la propria potenzialità. Il pubblico si sente, brano dopo brano, sempre più coinvolto perché capta che cresce, in parallelo, il "vissuto" narrato dagli artisti. E in questa capacità di trasferire vere emozioni che il trio di stasera si distingue da tante altre formazioni molto più "tecniche" ma spesso fredde ed impersonali.

Gli assoli filanti e melodici di Finck si alternano agli scatti dinamici di Baron che, al contrario, quando accompagna, disegna trame sottili e delicate. Kuhn è artista navigato e sa giocare con perizia le sue carte. Non è uomo di grandi rivoluzioni. Non è forse un genio ma un ottimo professionista dal quale non c'è che imparare un'autentica lezione di stile, di umiltà, di originalità.

1 commento:

pcsolotto ha detto...

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